Davide Frattini
Gli occhiali dalle lenti spesse dello sceicco Amin Tarif stanno in vetrina. I
dignitari studiano da vicino — la miopia politica non è concessa — l'ospite
d'onore. Tzipi Livni si muove scalza tra le reliquie del leader religioso druso,
sa che in queste stanze sono passati molti primi ministri, adesso anche chi lo
vuole diventare.
Seduta tra i capiclan locali, lei in pantaloni bianchi, loro
in tunica blu, li ascolta mentre assicurano che nel villaggio le donne sono
emancipate, «rispettano le tradizioni, ma hanno tutti i diritti, possono
divorziare». «Anche se speriamo non lo facciano troppo», aggiunge subito
qualcuno. Gli strateghi dell'immagine le hanno detto di scherzare, di sembrare
meno distaccata. E il ministro degli Esteri scherza: «Non potete lamentarvi
sempre», dice ridendo.
Livni non vuol essere chiamata «disciplinata », una
caratteristica degli anni passati al servizio del Mossad. Da queste parti, tra i
generali e i politici, l'improvvisazione è considerata un'arte. Eppure la
giornata da candidato — il Corriere della Sera, unico giornale, ha potuto
seguirla nel tour elettorale — è costruita attorno al suo essere metodica.
La
partenza è dalla villetta di famiglia, periferia nord di Tel Aviv, centro della
politica. In soggiorno, una celebre foto di Ariel Sharon, seduto da solo su una
panca al museo, circondato da quadri di Picasso. La battaglia di queste
settimane con Shaul Mofaz, ministro dei Trasporti, è per l'eredità dell'ex primo
ministro che giace in coma in un letto d'ospedale, per la guida di Kadima, il
partito che Sharon ha fondato dopo la rottura con il Likud. Chi vince le
primarie del 17 settembre, sarà anche il prossimo premier, se riesce a formare
una coalizione.
Tzipi Livni lo ripete agli abitanti di Julis, villaggio arabo
in Galilea, prima tappa del viaggio elettorale. «Sono contenta che siate venuti,
perché avete nelle vostre mani il potere di eleggere un nuovo leader per il
partito e un nuovo primo ministro per Israele. So che Kadima vi ha un po' deluso
in questi due anni, che molti progetti non sono stati realizzati. Possiamo
cambiare. Non sono entrata in politica per parlare, ma per fare. Ho lasciato un
lavoro che amavo (l'avvocato,
ndr) e che amo ancora. Ho partecipato alla
nascita di Kadima, sono sicura che possiamo recuperare la fiducia e il sostegno
degli israeliani». Aderisce alla lezione dei consiglieri e offre qualche ricordo
personale: «Ho cominciato a seguire i problemi dei drusi assieme a mio padre,
quand'era nella dirigenza di Herut e poi del Likud». I voti degli arabi sono
fondamentali, come lo sono stati nella sfida per la presidenza dei laburisti.
«Sono sicura che vi state chiedendo perché ci incontriamo solo durante le
primarie o in campagna elettorale. Non è vero. Quando lavoro come ministro degli
Esteri, rappresento Israele, tutto il popolo d'Israele, una nazione con
differenti religioni, culture. Uno Stato ebraico e democratico, che rispetta
ogni cittadino, di ogni fede o colore. È come costruire un puzzle: molti pezzi
diversi formano una sola immagine».
Pochi giorni fa, nella casa di un
attivista druso, aveva imbarazzato gli ospiti, rimbrottando i bambini che
distribuivano il tè, mentre lei stava parlando. Qui stringe mani, sorride e si
ferma a chiacchierare, rilassata anche sotto il sole che picchia tra i muri di
pietra, vecchi di cinquecento anni. Tra una frase e l'altra, lascia scappare
l'espressione «inshallah». Abbraccia l'uomo che le chiede di fare il possibile
per liberare Gilad Shalit, «figlio di tutti noi», rientra in un appartamento per
salutare la moglie, che era rimasta in disparte.
Parla dei negoziati con i
palestinesi: «Dobbiamo trattare con i piedi per terra. Non ci interessa ottenere
un altro accordo che sia solo un pezzo di carta. Gruppi radicali stanno cercando
di controllare il Medio Oriente: Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in
Libano, l'Iran. Non vogliono che raggiungiamo la pace. Ma siamo insieme a molti
altri Paesi, anche quelli che non hanno relazioni diplomatiche con noi: non
permetteranno che gli estremisti siano un ostacolo alla pace ». Ammette che la
data auspicata da George Bush, un accordo entro la fine dell'anno, potrebbe
essere non realizzabile: «Non voglio che un limite prefissato ci spinga a
correre troppo in fretta e a rinunciare ai nostri interessi. Stiamo facendo il
possibile per raggiungere un'intesa».
Il tour riparte verso nord e il
villaggio di Abu Sinan. Dove affronta ancora le trattative con l'Autorità
palestinese: «Abu Mazen è debole, noi proviamo a rafforzarlo, ma allo stesso
tempo anche Hamas diventa più forte. Sto trattando perché bisogna definire le
condizioni per la pace. Non posso dare loro uno Stato e non parlarci, non posso
dare una chiave e chiudere la porta. Guardate quello che è successo a
Gaza».
Il minivan bianco è un frigorifero d'acciaio e vetri blindati che la
salva per un po' dalla calura. Fuori sfilano il disordine dei villaggi arabi, il
minareto della moschea fa da ago della bussola tra le strade intricate. Tzipi
Livni chiacchiera tranquilla, lascia che l'aria condizionata asciughi il sudore
e la tensione. Giovedì, Roni Bar-On, ministro delle Finanze, ha annunciato di
sostenere la sua candidatura. È l'appoggio più importante, e a sorpresa, perché
viene da un fedelissimo di Ehud Olmert, il premier che ha annunciato le
dimissioni, dopo essere stato coinvolto in un'inchiesta per corruzione. Adesso i
giornali israeliani fanno paralleli tra Livni e Barack Obama, tutt'e due reclute
della politica (11 anni per il senatore americano, 9 per lei).
Un
collaboratore le passa il cellulare, un altro attivista da chiamare, un elettore
da convincere. Un'altra telefonata è a casa, poi risponde a qualche domanda.
Considera naturale che un incontro per le primarie si trasformi in un dibattito
di politica estera. «Per le persone che vedo, per tutti noi, non è politica
estera. Parliamo di situazioni, problemi vicini, che toccano la vita di tutti i
giorni». Si anima, quando parla di un «progetto internazionale, che definisca i
criteri per la partecipazioni alle elezioni. Per non ripetere quello che è
successo in Libano con Hezbollah e tra i palestinesi con Hamas». Ammette: «I
mercanteggiamenti della politica non mi piacciono. A volte preferisco pensare di
essere una giocatrice di basket in una partita di calcio. Diversa. Prendo le
decisioni secondo i miei principi. Voglio vincere per andare al governo e
realizzare qualcosa, non per sopravvivere».