Malgrado la loro comune fragilità, Olmert e Abu Mazen paiono
aver superato molte remore, e stanno tentando di giungere ad un comune
documento di principi, da presentare al summit sul Medio Oriente annunciato da
Bush per metà novembre, in modo da evitare che esso si riduca
ad una parata celebrativa. Lo stesso Moubarak, in questi giorni, ha
ribadito a D’Alema il timore che un esito negativo del prossimo vertice
provochi delusioni e alimenti l’estremismo. Anche Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano, ha
ribadito ieri al leader della diplomazia italiana che è meglio non alzare troppo in alto l’asta
delle aspettative, per non avere delusioni e possibili contraccolpi. Tuttavia, il fatto che il premier israeliano, anche per le
pressioni di USA, abbia superato il rifiuto a confrontarsi sui temi più spinosi
legati al Final status, come la questione dei confini, dei rifugiati e di
Gerusalemme, costituisce indubbiamente una svolta di grande interesse.
Il raggiungimento di un accordo su un “Documento di
principi” è ritenuto d’altronde particolarmente importante da Washington, anche
perché esso faciliterebbe e renderebbe possibile la partecipazione dell’Arabia
Saudita, rafforzando così le posizioni di Abu Mazen e del premier Fayyad.
Sia i sauditi che i palestinesi, infine, insistono per
coinvolgere anche la Siria nel vertice internazionale, per connetterlo in
maniera più organica al Piano Arabo, che riguarda tutti gli stati in guerra con
Israele e non solo la questione palestinese. La questione del mancato invito alla Siria, consono alla
visione che Bush ha dell’Asse del male,
costituisce certamente un problema di primo piano, anche alla luce dei positivi
negoziati informali svoltisi nell’anno passato tra rappresentanti dei due
paesi.
Le proposte avanzate o fatte filtrare nelle scorse settimane
da parte israeliana sono diverse: la prima, elaborata dagli uffici del nuovo presidente della Repubblica, Shimon Peres (che dimostra, malgrado le proteste
della destra, di voler superare i limiti di sola rappresentanza attribuiti in
Israele alla sua figura), riguarda il rilascio di 11.000 prigionieri
palestinesi in cinque anni, 2000 all’anno, in cambio di misure e garanzie di
sicurezza da parte palestinese.
Ma da Peres è venuta anche un’altra idea più esplosiva, che
tuttavia Olmert starebbe prendendo in considerazione: uno scambio territoriale tra aree israeliane e
palestinesi, in grado di compensare la parte palestinese al 100% per gli
insediamenti più grandi, che Israele si vorrebbe comunque tenere.
A questo proposito, Israele avrebbe proposto
che sia conteggiata anche l’area per la
realizzazione del previsto salva passaggio dalla Cisgiordania a Gaza. I
palestinesi riceverebbero il controllo del passaggio, ma Israele manterrebbe la
sovranità su di esso. sarebbe operativo
solo dopo che L’ANP abbia ripristinato il suo controllo su Gaza. (in tal modo,
secondo Olmert, l’opinione pubblica a Gaza vedrebbe il Governo Hamas come un
ostacolo al ripristino delle comunicazioni con la Cisgiordania).
Nelle proposte che sono trapelate (secondo quanto anticipato da Akiva Eldar, uno tra i più prestigiosi editorialisti di
Haaretz),
vi è anche l’ipotesi di
includere nello scambio anche aree attualmente abitate da arabi israeliani: una
idea avanzata tra i primi dal leader di estrema destra Avigdor Lieberman , recentemente entrato a far parte del Governo
Olmert.. Ciò, tuttavia, ha suscitato la protesta delle organizzazioni degli
arabi israeliani, che si sono sentiti trattati come cittadini di seconda
categoria, da barattare per avere più terra. Alla base, tuttavia, vi sono anche
altre considerazioni demografiche, dato che gli attuali trend demografici della
popolazione araba mettono in causa la sopravvivenza del carattere ebraico dello
Stato.
Un altro aspetto contenuto nelle proposte
israeliane è la loro gradualità, che rilancia l’ipotesi uno Stato palestinese
su basi provvisorie, che è peraltro previsto dalla seconda fase della Road Map,
sulla base del vecchio piano Peres – Abu Ala, concordato a Roma alla fine del
2001.
Il punto di partenza, nel primo stadio, sarebbe infatti il
muro di separazione, abbandonando comunque le aree addizionali previste per le
future espansioni degli insediamenti. Questo lascerebbe il 92% della
Cisgiordania ai palestinesi. L’area finale prevista per lo Stato palestinese si
allargherebbe a est del muro, ma sarebbe comunque più piccola di quella
prevista dagli Accordi di Ginevra (e quindi dovrebbe aggirarsi intorno al 95%
del totale).
La questione è che i palestinesi, come ha
più volte confermato Abu Mazen, diffidano di tale Stato provvisorio, temendo
non senza ragione che esso possa divenire definitivo, eternizzando il confine
di fatto creato dal muro. Potrebbero forse accettarlo solo in presenza di un
accordo che renda chiari tutti i punti di arrivo del final status e di
un calendario di attuazione preciso e garantito.
Per
quanto riguarda Gerusalemme, gli Israeliani prevederebbero in una prima
fase di trasferire gradualmente sotto il controllo palestinese la maggior parte
dei sobborghi arabi. Per la sistemazione finale della città, ci si
baserebbe alle linee guida proposte da Clinton a Camp David 2: Le aree ebraiche
agli ebrei e le aree arabe agli arabi. Il “bacino” dei luoghi santi della Città
Vecchia sarebbe amministrato congiuntamente da rappresentanze delle tre
religioni, ciascuna responsabile per i propri siti.
Per quanto riguarda i Rifugiati, Israele riconoscerebbe la
sofferenza dei rifugiati palestinesi e accetterebbe indirettamente qualche
responsabilità per i rifugiati del 1948. Israele prenderebbe anche parte a
un progetto internazionale volto alla
riabilitazione dei rifugiati in Palestina, ed anche più specificamente in aree
che Israele trasferirebbe alla Palestina nell’ambito dei previsti scambi
territoriali, nonché nei diversi paesi dove attualmente i rifugiati stessi risiedono.
Le proposte israeliane
si richiamano alla clausola del Piano arabo di pace che precisa che ogni
soluzione del problema dei rifugiati deve essere concordata con Israele stesso.