Su Hamas si è registrato, negli ultimi mesi, un continuo
stop and go da parte dei più importanti esponenti di governo e personalità del
centrosinistra. Alle caute aperture ha fatto puntualmente seguito una levata di
scudi da parte dei governanti israeliani o di qualificati organi di stampa
italiani, cui hanno corrisposto messe a punto e sostanziali retromarce degli
interessati: lo stesso Prodi, dopo aver sostenuto la necessità di dialogo con la
organizzazione islamica, è in gran parte tornato sui suoi passi, ritornando a
porre come pregiudiziale la accettazione delle tre condizioni poste dal
Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu), e cioè il riconoscimento di Israele, la
rinuncia alla violenza e la accettazione degli accordi pregressi.
La
questione Hamas assume perciò per i nostri politici del centrosinistra la
funzione di delicata cartina di tornasole, sia rispetto agli Usa, sia nei
confronti dei media nazionali, sia nei rapporti con Al Fatah e ancor più con
Israele, e da ciò derivano in larga misura le contraddizioni e le incertezze che
si sono registrate. In realtà, le tre condizioni del Quartetto sono in larga
parte ideologiche, e non usuali nell’ambito delle relazioni
internazionali.
Condizioni simili non vengono richieste agli altri governi di
stati in conflitto con Israele, come la Siria o il Libano, per mantenere o
stabilire rapporti. Gli stati in guerra, normalmente, si riconoscono
vicendevolmente al termine del conflitto, non prima dell’inizio dei negoziati,
quando ancora non sono definiti neanche i rispettivi confini. In realtà, le tre
condizioni, poste dopo la inaspettata vittoria di Hamas alle elezioni
legislative del 2006, sono state concepite, sia da Israele che dagli Usa, come
un cordone sanitario per isolare e strangolare i governi palestinesi che ne
fossero scaturiti, e impedire un accordo con Al Fatah, cercando così di spingere
il presidente Abu Mazen ad uno show down che ribaltasse l’esito di quelle
consultazioni, considerate legali ma non legittime. D’altronde, che Israele
abbia costantemente perseguito una politica volta a scoraggiare ogni scelta di
unità interpalestinese, e oggi ogni possibilità di ricomposizione dopo il colpo
di forza effettuato a Gaza, non è un mistero. Si potrebbe ipotizzare che i
governanti dello stato ebraico preferiscano negoziare la pace con una leadership
palestinese debole e condizionabile, ottenendo quindi condizioni meno onerose
per arrivare all’accordo, in particolare per quanto riguarda gli aspetti
territoriali, i rifugiati, Gerusalemme.
Ma è questo il vero interesse di
Israele? Negoziare una pace imposta, non legittimata dal consenso popolare
palestinese, firmata da rappresentanti espressione di una minoranza sempre più
screditata, destinata ad alimentare ogni sorta di irredentismo e in ultima
analisi a rafforzare proprio quelle componenti più estremistiche, che invece si
sostiene di voler indebolire? Si è sicuri che queste scelte non portino al
rafforzamento e in prospettiva alla vittoria della formazione islamica anche in
Cisgiordania, o in eventuali future elezioni politiche e presidenziali? Non è
meglio arrivare ad una pace, più sofferta ma più giusta, che sia pure con
difficoltà possa registrare il consenso della maggioranza palestinese (nonché di
quella israeliana, naturalmente), e costringere al rispetto la stessa componente
islamica, attraverso quel referendum ipotizzato dagli Accordi della Mecca? Ed è
questo il vero interesse di Al Fatah, sfruttare il fuori gioco in cui si è posto
Hamas per assicurarsi l’esclusiva della rappresentanza e dei rapporti
internazionali, e il monopolio nella gestione dei cospicui aiuti internazionali,
economici e militari, il cui rubinetto è stato ora abbondantemente riaperto? Non
è più importante sviluppare una coerente azione di autoriforma, sbaraccando le
vecchie e screditate gerontocrazie al potere in questa organizzazione che non
tiene il suo congresso da circa vent’anni, e portando avanti una paziente azione
di ritessitura dei rapporti sociali, oramai logorati da tanti anni di gestione
totalizzante e corrotta del potere? E che fare di Gaza, considerarla oramai
perduta e abbandonarla all’estremismo, o addirittura scegliere di strangolarla
economicamente, sperando in una rivolta della popolazione? Non significa questo
scherzare col fuoco, spingere Hamas a rilanciare l’opzione terroristica o
addirittura all’alleanza con Al Qaeda? È evidente che, da subito, qualcosa va
fatto per appoggiare Abu Mazen, sia da parte israeliana che da parte
internazionale: ulteriori liberazioni di prigionieri, rimozioni dei blocchi
stradali interni alla Cisgiordania, aiuti economici e anche di sicurezza.
E
si deve rilanciare il negoziato sul Final Status, in vista di quella Conferenza
internazionale annunciata dal presidente Bush per il prossimo novembre.
Ma il
problema è se tutti questi passi vengono concepiti come mezzi per colpire e
isolare ancora di più Hamas, o se ci si muove, come propongono i maggiori stati
arabi, per favorire la ricostituzione di una unità interna palestinese che
superi il fossato che si è aperto.
È evidente che Hamas deve pagare un
qualche prezzo politico per il colpo attuato nella Striscia, tornare sui suoi
passi, accettare di ricostituire una situazione di legalità interna (che
peraltro lo stesso Abu Mazen non può ignorare nei suoi delicati aspetti
costituzionali connessi alla decisione di formare un governo di emergenza non
ratificato dal consiglio legislativo).
Ma il problema è in che direzione si
intende andare: la strada che pare realisticamente perseguibile è il ritorno
agli accordi della Mecca, magari chiarendo a fondo le residue ambiguità che essi
contenevano.
Non si può riproporre ad Hamas una improbabile accettazione
delle tre condizioni del Quartetto, ma si deve chiedere:
- Una accettazione
esplicita e inequivoca del Piano di pace arabo, che offre ad Israele il
riconoscimento di tutti gli stati arabi in cambio della restituzione dei
territori occupati, della creazione di uno stato palestinese con capitale
Gerusalemme Est e una «soluzione giusta e negoziata del problema dei rifugiati »
(concordata, cioè, con lo stesso Israele);
- La rinuncia al terrorismo contro i
civili, e la accettazione di una tregua di lungo periodo per le azioni militari
contro l’occupante (che deve essere tuttavia concordata bilateralmente con
Israele e coinvolgere anche la Cisgiordania);
- La riconferma del «rispetto» dei
trattati pregressi firmati dall’Olp, già contenuta negli accordi della Mecca;
-
La riconferma della delega a Abu Mazen , in quanto presidente dell’Olp, a
negoziare l’accordo finale con Israele, che se non approvato dal Consiglio
legislativo palestinese dovrebbe essere sottoposto a referendum, il cui esito
sarebbe vincolante per tutte le parti palestinesi.
Ad entrambe le parti,
infine, va richiesto l’impegno conseguente alla unificazione delle forze di
sicurezza, con una direzione che ne assicuri una utilizzazione non di
parte.
La comunità internazionale e lo stesso Israele dovrebbero impegnarsi a
rispettare un governo interpalestinese che nascesse su queste basi, e a superare
ogni forma di boicottaggio nei suoi confronti. Si tratta di favorire, cioè, non
l’acutizzazione dello scontro interno palestinese, destinato in prospettiva a
favorire principalmente Hamas, ma un nuovo accordo tra le diverse fazioni, un
Mecca 2 che possa fruire del sostegno internazionale e di quello arabo e della
non ostilità pregiudiziale israeliana. Questi parametri paiono sufficientemente
rispettosi dei diversi interessi in causa, e tali da garantire un nuovo spazio
alla iniziativa italiana in Medio Oriente (già avviata con la lettera dei dieci
ministri degli esteri della Ue), in Europa e nell’ambito
internazionale.