L’invito
a partecipare come ospite d’onore, rivolto ad Israele dalla Fiera del Libro, nel
60° anniversario della sua fondazione, pare aver aperto una spirale perversa di
riflessi condizionati, di stampo pavloviano, da cui sarà difficile uscire.
Gli
appelli a boicottare la manifestazione sono giunti non solo dall’Unione degli
Scrittori Giordani, o dal discusso intellettuale islamico Tariq Ramadan, che
nella sua fatwa ha definito Israele come uno “Stato che pratica
l’omicidio e la distruzione”, ma anche da personalità come Suad Ameri, la
sensibile scrittrice palestinese, che non può certo essere accusata di
antisemitismo, o di antisraelianismo preconcetto, in quanto veterana del
dialogo con gli israeliani, avendo fatto parte della prima delegazione
palestinese che portò avanti il negoziato a Washington dopo la Conferenza di
Madrid.
Le
risposte pervenute dall’altro campo non hanno lasciato spazio ad equivoci: non
si può mettere in discussione il diritto di Israele a esistere e essere
riconosciuto come Stato legittimo. Ma resta un senso forte di insoddisfazione e
di regressione a periodi di scontro ideologico che si consideravano superati.
Le
proposte di boicottaggio e di delegittimazione di Israele sono certamente da
respingere. Ma proprio perché l’invito cade nel 60° della fondazione di questo Stato,
non si può ignorare o comunque dare per scontata la complessità dei problemi
politici, culturali e identitari con cui esso oggi deve misurarsi.
All’inizio
di gennaio, il suo Premier Olmert ha dichiarato, in una intervista al Jerusalem
Post: “Se la soluzione dei due Stati non è realizzata – e Israele dovrà
confrontarsi con la realtà di uno Stato per due popoli – questo potrebbe
portare alla fine dell’esistenza di Israele come Stato ebraico. Questo è un
pericolo che non si può negare; esso esiste, ed è anche realistico…”.
Se
questo è l’ordine dei problemi, non ci si può limitare a un approccio meramente
celebrativo, ma è necessario fare uno sforzo in diverse direzioni, con una
visione aperta e critica.
D’altronde
non si può certo affermare che gli uomini di cultura non debbano impegnarsi
anche con le tematiche più strettamente politiche, ed anzi essi possiedono,
spesso, la capacità di guardare lontano, “oltre l’orizzonte”. E proprio i più
grandi intellettuali israeliani sono maestri in questo.
In
questa ottica pare utile indicare alcune prime linee di intervento, che aiutino
a fuoriuscire dall’attuale vicolo cieco.
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Innanzi tutto, il
problema delle storie e della memoria. Non esiste una sola storia,
esistono storie parallele, opposte ma a volte anche complementari. La
nascita di Israele è percepita dai palestinesi come una Naqba, una catastrofe. Penso, in
particolare, al recente libro di Shlomo Ben Ami, “Palestina, la storia
incompiuta”, che credo abbia dato un contributo essenziale in questa
direzione, per non parlare degli oramai classici testi di Benny Morris. Ci sono importanti esperienze di storici israeliani
e palestinesi che su questi temi si confrontano e a volte collaborano, con
risultati importanti, e significative esperienze anche nel campo della
didattica.
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Vi è poi tutta la
tematica della lotta contro la disumanizzazione del conflitto: una disumanizzazione
che pervade chi la subisce e chi la pratica. Esperienze
come quelle dei parent’s circle, i genitori israeliani e
palestinesi di vittime del conflitto, che collaborano per superare la
spirale dell’odio e della vendetta; o quelle dei gruppi di psicologi
israeliani e palestinesi che cooperano per affrontare i problemi connessi
al trauma della guerra in atto; o quelle degli ex-generali delle due parti
che insieme cercano di costruire la pace, sono testimonianze di vita
contro una prassi di morte, da conoscere e valorizzare.
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Un
altro aspetto è quello del negoziato in atto sull’accordo finale, dopo
la Conferenza di Annapolis, e l’approfondimento che questo comporta. Non si
possono ignorare le difficoltà sul terreno e le resistenze interne ai due campi
, e gli stessi processi di degrado della situazione sul terreno. Ma non si può
ignorare che il tentativo negoziale in atto è il più serio dopo il fallimento
di Camp David II, nel 2000, e ciò mal si concilia con la demonizzazione di una
delle due parti, con la sua messa all’indice. Su questo terreno, si può tentare
di avanzare una richiesta alle forze e agli intellettuali palestinesi ed arabi
più consapevoli perché contribuiscano a superare le attuali contrapposizioni.
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Ancora,
vi è proprio il problema posto dal premier Olmert: il futuro di Israele,
la sua identità ebraica (anche, aggiungiamo noi, il rapporto con la sua
minoranza araba), la prospettiva di arrivare alla creazione dei due stati,
israeliano e palestinese, se si vuole evitare quella di uno Stato binazionale
(si veda in proposito il recente saggio di Sergio Della Pergola, Israele e Palestina: la forza dei numeri
,
pubblicato da Il Mulino, ma anche il libro dello
sociologo palestinese
Jamil Hilal, Palestina quale futuro? La fine della soluzione dei due stati,
pubblicato da Jaca Book).
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Infine, la questione
del posto di Israele nel contesto arabo e mediterraneo, alla luce
anche del Piano arabo di pace, che postula una normalizzazione delle
relazioni con Israele da parte di tutti gli Stati arabi in cambio di una
restituzione dei territori occupati nel ’67, della creazione di uno Stato
palestinese con capitale Gerusalemme Est e di una soluzione “equa e concordata”
del problema dei rifugiati. Un piano importante per le possibilità che
esso offre di una stabilizzazione dell’intera regione, inclusi i conflitti
ancora aperti con Siria e Libano. Tutto ciò nell’ottica più generale dei
nuovi equilibri che si sviluppano a livello regionale, del confronto Iran
– Arabia Saudita e del connesso confronto tra sciismo e sunnismo; e del
nuovo approccio statunitense al problema Iran, da una prospettiva di
confronto a breve termine a quella di un contenimento a medio termine.
Avanzando queste proposte di riflessione tematica
(solo alcune tra le tante possibili, a titolo esemplificativo), non si è
affatto sicuri che esse siano sufficienti a superare le difficoltà che si sono
manifestate. Le cose oramai sono andate assai avanti, e sarà difficile
invertire la marcia. Ma
bisogna almeno provarci, anche individuando specifiche iniziative di merito. In
ogni caso, una riflessione su questi aspetti può servire almeno a svelenire il
clima, a spostare l’asse del confronto dalla demonizzazione ideologica, con la
correlativa cristallizzazione dei ruoli e la reiterazione delle posizioni, al
concreto terreno su cui si sta sviluppando oggi la dinamica del conflitto e
dello stesso negoziato.
La presente
nota è stata redatta da:
Brunazzi
Marco, Cingoli Janiki, Franzinetti
Vicky, Levi Della Torre Stefano,Vercelli Claudio.