I negoziati tra israeliani e palestinesi sono ripresi, a
quindici giorni dalla conferenza di Annapolis, in un clima di incertezza. L’annuncio
della costruzione di 300 nuovi appartamenti ad Har Homa, alla periferia di
Gerusalemme, pare contraddire platealmente gli impegni assunti da Israele di congelare
la crescita degli insediamenti, sotto qualsiasi forma. La giustificazione che
si tali costruzioni non rientrano nel blocco, poiché all’interno della
municipalità di Gerusalemme, non regge molto, dato che la comunità
internazionale non ha riconosciuto l’annessione della parte orientale della
città. Ne è testimonianza la stessa dura presa di posizione di Condoleezza
Rice, che ha chiesto spiegazioni affermando che l’annuncio poteva pregiudicare
la ripresa dei negoziati. D’altronde, pare che vi siano altre migliaia di
costruzioni simili già autorizzate.
Sull’altro versante, è ripresa la pioggia di razzi Kassam su
Sderot, al confine con Gaza: Hamas riprende a farsi sentire, e non bastano i
continui attacchi aerei israeliani per fermare i militanti islamici, rendendo
sempre più vicina la possibilità di una operazione di terra su larga scala e di
lunga durata, ripetutamente preannunciata dai vertici militari di Gerusalemme.
Tutto ciò non aiuta a concentrare l’attenzione sui temi
centrali del negoziato tra le parti.
Eppure, qualcosa si muove. Il 17 dicembre è prevista a
Parigi la Conferenza dei paesi donatori, che dovrebbe varare un piano di 5,6
miliardi di dollari in tre anni per risollevare l’economia palestinese. Certo
esiste il rischio che anche di questi fondi,
come in passato, non molto arrivi ad alleviare le drammatiche condizioni di
quella società, ma tuttavia è importante che in un momento così delicato il
Presidente Abu Mazen e il premier Salam Fayad non vengano lasciati soli e senza
appoggio.
E’ probabile, quindi, che sia pure tra iniziali difficoltà
il processo negoziale riparta, sui due livelli decisi ad Annapolis, quello del Final Status e quello delle misure di
fiducia. Questa è d’altronde la vera novità scaturita da quel vertice: aver
rimosso il tappo della Road Map che impediva la partenza del negoziato,
condizionandone l’avvio alla realizzazione delle misure di fiducia previste
nella sua prima fase: la fine del terrorismo da parte palestinese e dall’altra
parte il blocco degli insediamenti, la rimozione degli avamposti illegali e il
graduale ritiro dell’esercito israeliano sulle posizioni precedenti l’avvio
della seconda intifada. Ora, si prevede che i due momenti procedano in
parallelo, salvo che ogni accordo di pace raggiunto, prima della sua
attuazione, dovrà vedere già realizzate quelle stesse misure.
Ma proprio qui comincia il problema: il re è nudo. Eliminati
gli schermi che consentivano ai contendenti di ripararsi dietro alle rispettive
pregiudiziali per non andare alla sostanza dei problemi, ora è su questi che
bisogna confrontarsi, ed esporsi.
Le difficoltà maggiori, va detto, sono forse quelle
israeliane. Olmert vede in pericolo la sua coalizione: Yisrael Beytenu, il
partito di Lieberman e Shas, il Partito religioso sefardita, hanno già
annunciato di voler lasciare la maggioranza, se si negozierà su Gerusalemme e
sui rifugiati.
Eppure, sono chiari, nella loro essenza, i termini delle
possibili soluzioni di quei problemi: su Gerusalemme, sui rifugiati, sui
confini, sugli insediamenti, sull’acqua, già a Camp David II si era andati
molto avanti, ed è improbabile che i palestinesi possano accontentarsi di molto
di meno delle proposte che Clinton formulò allora alle parti.
Olmert potrebbe costituire una maggioranza alternativa con
la estrema sinistra di Meretz e i partiti arabo israeliani, ma è dubbio che
buona parte del suo stesso partito, Kadima, lo seguirebbe.
Forse, egli potrebbe decidere di portare avanti il negoziato
senza una maggioranza, contando sul fatto che un Governo di emergenza possiede,
in Israele, poteri quasi assoluti, sperando quindi di arrivare a concludere un
accordo e presentarsi alle elezioni sulla base di quell’accordo. Ma il calcolo
sarebbe molto incerto e rischioso, come Barak poté sperimentare prima di lui.
L’alternativa, trascinare il negoziato alternando aperture
incerte e nuovi fatti compiuti sul terreno, potrebbe pregiudicare in breve la
finestra di opportunità che si è aperta.
La leva del rilancio delle misure di fiducia, in particolare
da parte israeliana, con un effettivo blocco degli insediamenti e la rimozione
degli avamposti illegali, e la liberazione di un più consistente numero di
prigionieri, potrebbe essere a questo punto essere un elemento determinante per
tenere aperta l’attenzione e non disperdere le speranze di Annapolis.
D’altronde, non è che Abu Mazen sia senza problemi: anche se
Hamas risulta indebolito dopo il vertice, per la partecipazione della
Siria, ed anche per la stessa perdita di
sostegno popolare, esso sta tuttavia consolidando il suo potere su Gaza,
impossessandosi delle diverse leve del potere, inclusa quella giudiziaria e
quella amministrativa.
Abu Mazen potrebbe scegliere di tener aperto il negoziato,
accusare Israele per le sue inadempienze, e intanto incamerare gli aiuti
copiosi che i donor si apprestano a versare nelle casse palestinesi, per
tramutarli in consensi. Ma la frattura interna con Hamas ne pregiudica
l’autorità, ed in assenza di risultati forti nelle trattative è probabile che
venga tentata ancora la carta di una ricostituita unità interpalestinese, anche
in base ai sempre più energici segnali in questo senso da parte dei principali
Stati arabi.
Questa, della presenza araba ad Annapolis, è stato l’altro
grande elemento di novità, con l’Arabia saudita e la Siria. Ma dopo che il suo
Vice Ministro degli Esteri, Fayssal Mekdad, ha ripetuto anche in quella sede la
disponibilità del suo paese a trattare la pace con Israele, Damasco non cela la
delusione per la mancanza di riscontro da parte israeliana, ed ancor più dagli Stati Uniti. Ed intanto, in Libano,
ancora senza presidente, tornano a scoppiare le auto bomba, ed i razzi Kassam
piovono su Sderot.