Paradossalmente, una notizia che dovrebbe fare piacere a
tutti giacché fa scendere di parecchio il mercurio della tensione nell’area
mediorientale (e non soltanto) potrebbe avere anche un effetto negativo e
frenare le spinte verso una pace negoziata tra Israele e i palestinesi. Nei
mesi precedenti la conferenza, chiamiamola così, di Annapolis era evidente il
senso d’urgenza generato, soprattutto nei paesi arabi, dalle pressioni
destabilizzanti di Teheran. La parola “paura” era circolata, senza reticenze o
pudore. Gli arabi, si diceva, e in primo posto l’Arabia saudita, temono un Iran
potenza nucleare, gestita da un presidente, Ahmadinejad, provocatorio e votato
a imporre il ruolo egemonico del suo regime sulla regione. Le rivelazioni dei servizi
segreti americani per i quali i militari di Teheran avrebbero da anni
accantonato la loro idea di rincorrere l’opzione nucleare, hanno allontanato
nel tempo l’ipotesi di un attacco preventivo americano e/o israeliano. E il
mondo ha tirato un sospiro di sollievo. La paura è, se non svanita, quantomeno
ridotta. Chi prospettava una guerra per la primavera prossima, è costretta a
rifare i conti. Ma questa significa, anche, che in mancanza di “paura” il clima
di compromesso potrebbe svanire e lasciare spazio a chi, specialmente in
Israele, ritiene che in ogni modo sia il tempo gioca a favore di quel paese.
Proprio in questi giorni israeliani e palestinesi cominciano
il loro lungo dialogo sullo status finale. Tony Blair, ripetendo il giudizio
del negoziatore palestinese Saeb Erekat, ritiene che entro un anno un accordo è
possibile. Purtroppo, aggiunge, la realizzazione dello Stato avrà tempi più
lunghi. Fino a quando il premier Olmert o il suo antagonista in casa, l’ex
premier laburista Ehud Barak, parlano di raggiungere un’intesa da mettere, poi,
in archivio aspettando il momento in cui “le condizioni” del mondo palestinese
consentiranno la sua applicazione si ha motivo di temere il peggio. Chi
giudicherà se i palestinesi potranno farcela? Loro stessi, spezzettati come
sono in questo momento, o i governanti d’Israele?
Non c’è dubbio che creare uno Stato entro confini concordati
può essere possibile soltanto se il territorio in questione è sotto il
controllo dell’Autorità nazionale palestinese. Fin a quando Hamas governa a
Gaza sarà impossibile procedere. Così com’è vero che alla guida d’Israele ci
deve essere un governo capace (e sinceramente desiderosa) di convincere il suo
popolo ad abbandonare il sogno di una Grande Israele, ad accettare di lasciare
buona parte dei territori occupati compresa una parte di Gerusalemme Est
sufficiente a soddisfare le rivendicazioni palestinesi. I mesi a venire ci
diranno molto sulla capacità dei due leader “deboli”, Olmert e Mahmoud Abbas
(Abu Mazen) di portare avanti negoziato e opera di convincimento. Per un noto
analista israeliano, i due assolutamente
non carismatici ma nemmeno appesantiti da vecchi rancori e sogni hanno maggiori
possibilità di altri – come la vecchia guardia, da Arafat a Sharon – a regalare
la pace alla regione.
E non è detto che ad aiutarli non ci sarà anche Teheran che
anche durante il regime degli ayatollah aveva annunciato che non si sarebbe
opposta a un’eventuale accordo di pace tra gli arabi e Israele se fossero stati
rispettati i diritti dei palestinesi. Si parla, in questi giorni, della
probabile apertura di un dialogo diretto tra Teheran e Washington. Bush e
Condoleeza Rice, accantonata l’opzione militare, avrebbero deciso di stendere
la mano all’Iran per ottenere un risultato simile a quello raggiunto con la
Libia. Gheddafi e il suo paese sono usciti dall’isolamento internazionale e il
presidente americano è arrivato proprio in questi giorni a dire di volere
lavorare insieme con il leader libico, nemico numero uno di un recente passato,
per raggiungere la pace mondiale. Bush si sarebbe convinto a imboccare la via
della diplomazia accelerata con Teheran ma non si sa se Ahmadinejad, da una
parte e dall’altra il clan dei falchi guidato dal vice presidente americano
Dick Cheney, siano dello stesso avviso.
Questo articolo è stato pubblicato nel numero 6/07 della Newsletter del CIPMO.