di Shalom Dichter, co-direttore di Sikkuy (www.sikkuy.org.il)
Qualche anno fa, intervenni ad
una conferenza del Jewish Council for Public Affair, un consiglio che raccoglie
i rappresentanti dei 125 consigli per le relazioni tra comunità delle diverse
comunità ebraiche degli Stati Uniti. In questa occasione mi venne chiarito che
le organizzazioni che partecipavano alla attività del consiglio avevano il
compito di fare tutto ciò che fosse in loro potere per assicurare relazioni
armoniose tra gli ebrei delle loro comunità e le comunità non ebraiche
circostanti. Venni informato che cinque milioni di ebrei americani su sei pensa
che questo consiglio agisca nel loro interesse per essere in buoni rapporti con
i restanti 300 milioni di cittadini non ebrei del paese.
Il buon
rapporto tra la comunità e i suoi vicini è stato un imperativo durante tutta la
storia del popolo ebraico. Nel diciannovesimo secolo, fu il fondatore del
moderno Sionismo, Theodor Herzl, che
definì le scarse relazioni tra gli ebrei e le altre nazioni del mondo come il
“problema ebraico”. La risposta del
Sionismo a questo problema fu lo stato di Israele ma l’esistenza di Israele da
sola non elimina la necessità per gli ebrei di avere buone relazioni con i loro
vicini, eppure si spende molta più energia nel coltivare questi legami nella
Diaspora.
In Israele, infatti,
dove gli ebrei costituiscono la maggioranza, sembra che molti si sentano esenti
dalla responsabilità di ricercare buoni legami con i non ebrei che vivono tra
di loro. Mi riferisco ovviamente alla popolazione arabo-palestinese di Israele,
vale a dire il 20% dei cittadini di Israele. Questi ultimi e l’80% della
popolazione costituita da ebrei sono come due zolle tettoniche su cui Israele è
posta, il suo futuro e la sua esistenza dipendono in buona misura dal rapporto
tra queste due componenti. Diversamente dalle relazioni internazionali, in cui
c’è poca libertà di manovra, la determinazione delle relazioni all’interno del
paese è largamente nelle mani dello stato di Israele. Sfortunatamente, per
tutta la sua storia, Israele ha agito
come se la definizione dello stato come stato ebraico lo autorizzasse a
favorire i cittadini ebrei a scapito di quelli arabo-palestinesi. Questo
favoritismo, inaccettabile dal punto di vista democratico, ha determinato una
politica di discriminazione istituzionalizzata verso i cittadini
arabo-palestinesi di Israele che attraversa tutti gli aspetti della vita
quotidiana: le infrastrutture, la sanità, l’educazione, l’utilizzo della terra,
dell’acqua e delle risorse naturali, la mancanza di eguali opportunità nel
mercato del lavoro, e così via.
Come risultato,
abbiamo oggi un ampio divario nel paese tra la comunità ebraica e quella araba,
e proprio questa differenza costituisce una polveriera pronta ad esplodere nel rapporto tra la maggioranza di
Israele e la sua minoranza. Noi tutti
sappiamo che c’è chi sostiene che questa discriminazione è insita nel Sionismo,
ma in realtà questa idea non ha mai rappresentato un principio del movimento né
tanto meno appare negli scritti di Herzl. Al contrario, Herzl stesso si riferì
in modo esplicito alla popolazione araba
pianificando un modo di rapportarsi inclusivo.
Sinora,
tuttavia, per diverse ragioni, questa prospettiva non si è verificata. Oggi,
non solo la discriminazione dei cittadini arabi di Israele è divenuta parte
integrante dell’immagine prevalente che si ha del Sionismo, ma è divenuta anche
un assioma per molti ebrei israeliani Uno studio condotto quest’anno dal prof. Sammy
Smooha dell’Università di Haifa, mostra che solo la metà degli ebrei israeliani
ritiene che i cittadini arabi debbano avere un pari accesso alle risorse
nazionali del paese.
E’
assolutamente inaccettabile che la discriminazione contro i cittadini non ebrei
del paese possa divenire una delle definizioni del Sionismo. Questo non
appartiene né all’ebraismo né alla democrazia. Questo è il ‘test per la
nazione’ e, proprio ora che si trova a varcare la soglia del suo sessantesimo
anno, Israele dovrà superarlo. Altrettanto importante che cercare di stabilire
relazioni amichevoli con i popoli al di fuori dei suo confini, è cruciale per
Israele risolvere i conflitti con la minoranza araba-palestinese all’interno di
quegli stessi confini. Questa è l’azione morale da compiere, questo è
umanamente auspicabile, e, francamente, se non ci si dovesse muovere in questa
direzione, quelle due zolle tettoniche si scontreranno una contro l’altra
provocando un grande terremoto.
La minoranza arabo
palestinese ha dato segni di voler discutere dei cambiamenti. In un documento,
‘La visione futura degli Arabi Palestinesi in Israele’, scritto alla fine del
2006, i leader dei paesi arabi fanno appello alla maggioranza ebraica affinché
si instauri un dialogo nei prossimi anni. Il documento chiede che la minoranza
che vive in Israele venga coinvolta a tutti i livelli della vita nazionale
sulla base del principio democratico di
completa ed eguale cittadinanza, proclamato dalla Dichiarazione di
Indipendenza israeliana del 1948. Inoltre, sebbene in contrasto con quanto
scritto nella dichiarazione stessa, la loro proposta chiede di modificare la
definizione di Israele come stato ebraico. La risposta, anche di coloro che si
dicono liberali o appartenenti alla sinistra, è stata assolutamente negativa, e
questo è un grande errore.
Ovviamente, in
Israele ci sta chi considera questa proposta una minaccia all’esistenza stessa
di Israele ma questa non è una ragione sufficiente per non instaurare il
dialogo tra le due componenti. Il dialogo rappresenta la miglior prospettiva
per la stabilità e lo sviluppo di Israele. Israele e la sua maggioranza ebraica
devono raccogliere la sfida e instaurare questo dialogo coraggiosamente e in
buona fede, anche se le premesse vengono considerate sfavorevoli. Tuttavia, in
questo dialogo, lo stato di Israele è l’azionista principale, è la parte che
detiene la capacità strutturale e politica di influenzare il risultato finale.
Le mosse del governo verso l’eguaglianza e un giusto trattamento nei confronti
della minoranza araba, renderebbe più facile per entrambe le componenti
procedere verso la costruzione di una identità
nazionale condivisa e una cittadinanza inclusiva.
Noi, ebrei
sionisti israeliani, dovremo imparare dai nostri fratelli d’oltremare, che
fanno del loro meglio per instaurare buone relazioni con i loro vicini non
ebrei. Un’ applicazione del principio di eguaglianza inflessibile e inclusiva per
la minoranza araba, in accordo con i principi della democrazia occidentale, è
la condizione minima affinché si eviti che la vita del paese precipiti nel caos
proprio durante la settima decade della sua esistenza.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3/08 della Newsletter del CIPMO