di
Janiki Cingoli
1. Introduzione
Il Medio Oriente che si troverà davanti Barack Obama è
una regione solcata da tensioni sempre più acute e da un accentuato processo di
polarizzazione, a quasi un anno dalla Conferenza di Annapolis, che aveva come
obbiettivo il rilancio del negoziato israelo–palestinese–arabo, e dopo le
forzate dimissioni del premier israeliano Olmert.
Si discuterà a lungo
sull’importanza di quella Conferenza. Tuttavia le va riconosciuto il merito di
aver superato, di fatto (pur riconfermandola a parole), la concezione stessa
della Road Map, il collo di bottiglia che aveva paralizzato per anni il processo
negoziale: mentre nella Road Map l’adempimento delle misure di fiducia, previste
in una prima fase dei negoziati, era preliminare all’apertura dei negoziati
finali, previsti nella terza, dopo la conferenza le due componenti erano
destinate a viaggiare in parallelo, anche se la implementazione dell’accordo
finale era subordinata al raggiungimento degli obbiettivi previsti nella la
prima fase. Della seconda fase, che prevedeva la creazione di uno Stato
palestinese entro confini provvisori (che i palestinesi temevano potessero
divenire definitivi), non si parlava più.
L’altro elemento di grande
rilievo è stata la partecipazione del mondo arabo. Numerosi stati arabi erano
presenti, ed anche la stessa Lega araba, e l’Arabia Saudita era di fatto alla
guida della delegazione. Ciò rappresentava una chiara scelta di campo, un
appoggio deciso alla scelta negoziale del Presidente Mahmud Abbas, che partiva
dalla consapevolezza che da soli israeliani e palestinesi non erano più in grado
di fare la pace, perché troppo deboli. Si trattava di uno sviluppo conseguente
del Piano arabo di pace, approvato a Beirut nel 2002 e rilanciato nel marzo 2007
dal Vertice di Riad. Il Piano proponeva a Israele una pace piena con tutti gli
Stati arabi in cambio della restituzione dei territori arabi occupati nel ’67 e
la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, nonché una
soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati palestinesi. Quel
Piano rappresentava, dopo l’archiviazione di fatto della Road Map, l’unica
concreta proposta negoziale sul tappeto.
Di grande importanza è stata
altresì la dichiarata disponibilità della Siria alla scelta negoziale, con la
sua presenza ad Annapolis, dopo che erano state superate le radicate resistenze
statunitensi e israeliane.
In realtà, a quell’invito si era arrivati dopo
un lungo travaglio, che aveva finito per modificare la stessa iniziale
concezione dell’iniziativa. La Conferenza di Annapolis era stata convocata, dopo
il colpo militare attuato da Hamas a Gaza nel giugno 2007, come una chiamata a
raccolta dei buoni contro i cattivi, o, per dirla con un significativo
editoriale pubblicato da Aalon Liel sul quotidiano israeliano Ha’aretz, “dei cow
boys contro gli indiani”: Israele, l’Autorità Palestinese del Presidente Mahmud
Abbas, l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita e gli altri Stati arabi
moderati, contro Hamas, gli Hezbollah, la Siria, l’Iran, e tutti gli altri
soggetti inclusi nell’”Asse del Male”.
Questo schema, tuttavia, aveva
dimostrato ben presto di non essere in grado di funzionare: escludere
aprioristicamente uno Stato come la Siria faceva saltare i presupposti su cui
era stato costruito il Piano Arabo. Quel piano era stato votato alla unanimità
da tutti gli Stati arabi, e quindi Arabia Saudita ed Egitto non potevano
accettare l’esclusione pregiudiziale di alcuni fra essi, e la spaccatura della
Lega araba.
Malgrado la lunga resistenza israeliana a mettere sul tavolo
negoziale anche la questione del Golan, e la dichiarata ostilità statunitense,
di fronte alla minaccia dei maggiori Stati arabi di non partecipare alla
conferenza, alla fine la Siria veniva invitata, e partecipava a livello del
viceministro degli Esteri, Fayssal al-Mekdad, anche se il problema del Golan
veniva affrontato solo lateralmente, in tono minore rispetto alla questione
israelo-palestinese, su cui era concentrata la Conferenza. Quella presenza
rompeva una lunga interdizione, e apriva la strada ai successivi importanti
sviluppi del 2008. E lasciava naturalmente più debole e sguarnito il cosiddetto
fronte del rifiuto.
Questi i successivi paragrafi:
2. Gli sviluppi nella situazione regionale
3. La nuova centralità
siriana
4. Il rafforzamento iraniano
5. L’ascesa di Hezbollah
6.
Hamas
7. La situazione in Cisgiordania
8. La possibile ricomposizione
interpalestinese
9. Uno, due, tre stati tra Israele e Palestina?
10. La
questione della minoranza Arabo-israeliana
11. Lo stallo israeliano
12. La
riscoperta del Piano arabo
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