Nasce con questo numero la Newsletter del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO). Questa iniziativa editoriale, realizzata con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri Italiano e della Fondazione Cariplo, mira a fornire ai policy makers (Parlamentari, Dirigenti MAE, membri governo), ai Centri di ricerca, agli esperti in generale, ai giornalisti, agli studenti e in generale a tutti coloro che ne facciano specifica richiesta, una maggiore comprensione delle dinamiche mediorientali.
La Newsletter nasce non a caso in un momento in cui la situazione in Medio Oriente non è statica, ma dinamica. Si è in presenza di una situazione fluida, instabile, aperta al futuro, ma in cui il passato fa sentire tutto il suo peso.
La posizione equilibrata e propositiva del CIPMO sul problema mediorientale ha fatto sì che esso, in tutti questi anni, abbia potuto offrire contributi di rilevante spessore sugli sviluppi della situazione e sulle sue possibili evoluzioni. Di particolare rilievo sono state le conferenze internazionali, i seminari riservati, le ricerche tematiche realizzate, come quella su “Il costo della non pace” e sui rapporti tra Stato, religione e politica, sia in Israele che in Palestina, e il sito web del Centro (www.cipmo.org) che è oramai divenuto un apprezzato strumento di documentazione e informazione.
A queste iniziative si è voluto affiancare questa newsletter, realizzata solo a livello informatico, che avrà cadenza bimestrale (5 numeri all’anno, eccetto il periodo estivo). Essa conterrà un editoriale di analisi sugli sviluppi della situazione e contributi specialistici con focus su problematiche di particolare rilievo preparati dai membri del nostro Comitato scientifico. La newsletter potrà anche contenere articoli particolarmente significativi apparsi sulla stampa internazionale o ricerche tematiche pervenute e ritenute meritevoli di pubblicazione.
Il numero che vi inviamo con questa e-mail è sperimentale, si tratta di un “numero zero” aperto a suggerimenti, proposte, consigli su possibili modifiche e miglioramenti.
La Redazione
Editoriale
Il bivio di Sharon
di Janiki Cingoli (direttore CIPMO)
Il massacro di Londra ha dimostrato ancora una volta, che il terrorismo non può essere sconfitto con mezzi puramente militari, anche se questi sono ovviamente necessari per la indispensabile opera di prevenzione e di repressione. Ma questa lotta richiede anche una iniziativa politica forte, per dividere il fronte dei potenziali sostenitori, per restringere l’acqua entro cui nuotano i pesci del terrore, come stanno facendo anche in queste settimane gli USA in Irak, sviluppando i contatti con gli esponenti della comunità sannita per ricondurla all’interno del processo rifondativo del nuovo Stato in atto in quel paese.
Articoli
La posta in gioco a Gaza
di Vittorio Dan Segre (giornalista de Il Giornale e Presidente dell’Istituto Studi sul Mediterraneo presso l’Università della Svizzera Italiana di Lugano)
Coll'avvicinarsi della data dello sgombero dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza si moltiplicano le domande sulle sue conseguenze e sul ruolo del personaggio - il premier Ariel Sharon - che ha preso questa decisione, contro ogni sorta di opposizioni all'interno del suo partito, del paese e contro le idee da lui difese nel corso di una intera esistenza. Questo contrasto - politico, ideologico, umano - aumenta la teatralità mediatica di una situazione di per se drammatica e simbolica.
Il piano Sharon: un passo storico che rompe il tabù sulle colonie
di Antonio Ferrari (inviato speciale de Il Corriere della Sera)
Ad ogni incontro, a partire dalla sua rielezione a premier, Ariel Sharon ripeteva una generica promessa: "Quando verrà il momento, sarò pronto a fare dolorose concessioni". Inutile chiedergli di essere più preciso: "Non voglio rivelare quali concessioni", era la sua risposta. Annegata nella convinzione che con l'allora presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat fosse assolutamente inutile qualsiasi forma di dialogo. Eppure, quella promessa di Sharon non era uno slogan senza sostanza, diffuso per seguire la terapia d'immagine che l'anziano generale, con un passato turbolento, aveva deciso di rispettare. Uno dei suoi consiglieri, esperto di pubbliche relazioni, gli aveva infatti suggerito di convergere verso il centro: "Arik-gli aveva detto, prima delle elezioni-in una scala da 1 a 5, considerando 1 l'estrema sinistra e 5 l'estrema destra, sei arrivato a 4,7. Se vuoi farcela, devi entrare nella griglia 2,6 - 3,2".
Le incognite del dopo ritiro
di Ugo Tramballi (inviato speciale de Il Sole 24 Ore)
Il vero problema non sarà durante ma dopo. Non il 17 agosto o il giorno che Ariel Sharon riterrà il più opportuno per iniziare il disimpegno; non quando il Paese vivrà un momento decisivo della sua storia, rinunciando a un'ambizione territoriale, rischiando uno scontro civile, esponendosi al pericolo di un'offensiva degli estremisti palestinesi. Per quanto nessuno, oggi, sia disposto a scommettere su ciò che avverrà in quei giorni, la società israeliana sta lentamente assimilando come un male necessario il ritiro da Gaza e l'abbandono di alcuni insediamenti nella Cisgiordania del Nord...
Gaza: speranze e trappole per il processo di pace
di Eric Salerno (corrispondente da Gerusalemme de Il Messaggero e per la Radio Svizzera Italiana)
Dobbiamo ritirarci da Gaza per costruire Israele. La frase è stata pronunciata appena pochi giorni fa da Ariel Sharon e rispecchia pienamente la nuova strategia del leader israeliano. L’Israele a cui si riferisce non è quella, però, che i palestinesi, nemmeno i più moderati, sono in grado di accettare. Il timore loro è che una volta terminato il cosiddetto “disimpegno” israeliano dalla striscia di Gaza e da quattro insediamenti nel Nord della Cisgiordania occupata, la situazione sul terreno sarà ancora più complicata, soprattutto a Gerusalemme e dintorni, l’area più delicata di tutta la vicenda e la chiave vera della risoluzione del conflitto.