Francesco Battistini
Doveva venire da solo e senza troppa enfasi (tanto che un giornale israeliano s’era chiesto un po’ seccato «perché al Cairo hanno avuto il presidente americano e il suo discorso al mondo arabo, mentre a noi tocca il numero due?»): Joe Biden è atterrato solenne con l’Air Force Two e con signora al seguito, Mrs Jill. Voleva pernottare almeno una notte nei Territori, a Ramallah o a Betlemme (inaudito, anche per un semplice vice): la Cia ha detto che era meglio di no, e l’ha spedito a dormire al David Citadel Hotel di Gerusalemme. Poteva battezzare solennemente i nuovi negoziati indiretti fra israeliani e palestinesi, primo tentativo di dialogo dopo 14 mesi di gelo: per tutto il giorno ha preferito parlare d’Iran, svicolando la questione, per farsi spiazzare la sera dall’annuncio di 1.600 nuove case da costruire a Gerusalemme Est.
La prima visita in Israele d’un Obama Boy non è un successo. In vista del voto di novembre, la presidenza Usa voleva ripulire un po’ di ruggine nei rapporti con gl’israeliani; e gl’israeliani, gongolarsi nel sentire dall’amico americano che c’è una priorità, Ahmadinejad, che «tra Usa e Israele non c’è distanza alcuna quando si parla di sicurezza», che permane l’ «impegno assoluto, totale, senza riserve» nel difendere gl’israeliani... Poi, a freddo, ecco il siluro: Eli Yishai, ministro dell’Interno che non sempre è in linea con Netanyahu, firma la costruzione dei 1.600 alloggi a Ramat Shlomo, un quartiere religioso nella zona occupata di Gerusalemme Est, con un 30% da destinare a «giovani coppie». Proprio qui. Proprio oggi. Biden incassa, tace qualche ora. Che può dire, del resto? Aveva appena liquidato la faccenda palestinese con un generico invito «ad assumersi i rischi della pace, questa è una vera opportunità». Tocca a un portavoce della Casa Bianca condannare per primo la mossa, da Washington: né la sostanza né il momento «sono utili», se si vuole la pace. Finché, a buio inoltrato, non arriva il momento di farsi sentire anche a Gerusalemme: l’ «azione unilaterale» d’Israele, commenta lo stesso Biden, «mina la fiducia necessaria ad avviare i colloqui indiretti per la ripresa del processo di pace. Dobbiamo costruire un’atmosfera per sostenere i negoziati, non per complicarli».
L’argomento non s’esaurirà qui. Il viaggio americano si chiude oggi in Cisgiordania. Il decreto va ratificato entro due mesi, Bibi ha un margine per ripensarci. Impossibile prevedere: dopo l’ok concesso a 112 nuove case in una colonia vicino a Betlemme, qualche giorno fa, il governo israeliano ha stoppato un piano di demolizione del sindaco di Gerusalemme che avrebbe incendiato i quartieri arabi. Netanyahu però ha sempre escluso che la parte Est della capitale potesse finire nel frigo degl’insediamenti. E l’annuncio di Yishai, stavolta, muove proteste ovunque: Abu Mazen chiede l’intervento della Lega araba, Erekat parla di «sistematica distruzione del processo di pace», la sinistra israeliana del Meretz di «tempistica che mira a disturbare la visita di Biden» e gli stessi negoziati.
Il disturbo c’era in partenza, però. La Priorità Iraniana aveva schiacciato la questione palestinese fin dall’agenda del vice-Obama. E se i numeri uno o due dovevano occuparsi degli ayatollah, i «negoziati indiretti» cominciati in queste ore sono parsi subito roba da comprimari. L’inviato Usa sul tema, George Mitchell, non è stato nemmeno invitato all’incontro Biden-Netanyahu. Al tavolo si sono seduti Yitzhak Molcho, per gl’israeliani, e il solito Saeb Erekat.
Qualcuno crede a questo rito trito e ritrito? Lo scetticismo è diffuso. Osserva un opinionista israeliano (Nahum Barnea) che ogni mattina Mitchell si sveglia, esce dal suo hotel a Gerusalemme e va a Ramallah ad ascoltare le posizioni del premier palestinese Fayyad; ogni mattina, Fayyad si sveglia nella sua casa di Gerusalemme e va a Ramallah ad ascoltare Mitchell. Questo, da mesi: perché mai dovrebbe cambiare qualcosa, se adesso ad alzarsi la mattina sono i loro numeri due? È l’ora dei Biden, e bisogna accontentarsi.