Stefano Jesurum
Nonostante l’improvvisa fiammata «nazionalista» del ministro Fitto (no alla toponomastica solo in tedesco nelle alte vie alpine), l’autonomia sudtirolese rimane ancora un modello per chi ha a che fare con questioni drammatiche di convivenza. Così, Shawki Katib, ex sindaco di Yafa-Nazareth e leader del Comitato degli enti locali arabo-israeliani, e Naomi Hazan, già vice presidente della Knesset ora al vertice del New Israel Fund, oltre a 30 rappresentanti di prestigiose Ong israeliane arrivano proprio oggi tra le montagne dell’Alto Adige.
Katib e Hazan, un arabo e un’ebrea che nel loro Paese pesano parecchio, almeno tra quelli (molti) che con ostinazione ricercano ogni possibile spunto per allentare il conflitto. Non è un’amena gita estiva, è una sessione di lavoro per studiare quali elementi dell’esperienza sudtirolese possano essere «copiati» a tutela della minoranza israelo-palestinese, quel 20% di popolazione che ha uguali diritti sulla carta e che nella quotidianità fa i conti con ineguaglianze piccole e grandi (finanziamenti ai municipi arabi, accesso ai più alti livelli dell’istruzione, chance lavorative e di carriera). Con il coordinamento del Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente), gli israeliani si confronteranno con italiani, italo-tedeschi e italo-ladini sul riconoscimento e la tutela di quelle identità collettive da parte di Roma. Gli israeliani, ebrei e arabi, credono infatti di poter usare l’esperienza della «proporzionale» per il pubblico impiego, le rappresentanze istituzionali, l’uso della lingua, l’organizzazione scolastica, l’autonomia finanziaria e amministrativa. Inoltre Gerusalemme guarda con interesse alla «Clausola liberatoria» rilasciata dall’Austria secondo l’Accordo De Gasperi-Gruber. Perché la Clausola è qualcosa di assai simile a un punto-chiave messo più volte sul tavolo da Israele, ovvero una dichiarazione di «End of Claims» (fine delle rivendicazioni) da collegare a eventuali futuri accordi internazionali di pace.
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