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26-07-2010
Dalla Galilea a Bolzano-Bozen. Ebrei e arabi a scuola di convivenza (Corriere)
Stefano Jesurum

Nonostante l’improvvisa fiammata «nazionalista» del ministro Fitto (no alla toponomastica solo in tedesco nelle alte vie alpine), l’autonomia sudtirolese rimane ancora un modello per chi ha a che fare con questioni drammatiche di convivenza. Così, Shawki Katib, ex sindaco di Yafa-Nazareth e leader del Comitato degli enti locali arabo-israeliani, e Naomi Hazan, già vice presidente della Knesset ora al vertice del New Israel Fund, oltre a 30 rappresentanti di prestigiose Ong israeliane arrivano proprio oggi tra le montagne dell’Alto Adige.

Katib e Hazan, un arabo e un’ebrea che nel loro Paese pesano parecchio, almeno tra quelli (molti) che con ostinazione ricercano ogni possibile spunto per allentare il conflitto. Non è un’amena gita estiva, è una sessione di lavoro per studiare quali elementi dell’esperienza sudtirolese possano essere «copiati» a tutela della minoranza israelo-palestinese, quel 20% di popolazione che ha uguali diritti sulla carta e che nella quotidianità fa i conti con ineguaglianze piccole e grandi (finanziamenti ai municipi arabi, accesso ai più alti livelli dell’istruzione, chance lavorative e di carriera). Con il coordinamento del Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio Oriente), gli israeliani si confronteranno con italiani, italo-tedeschi e italo-ladini sul riconoscimento e la tutela di quelle identità collettive da parte di Roma. Gli israeliani, ebrei e arabi, credono infatti di poter usare l’esperienza della «proporzionale» per il pubblico impiego, le rappresentanze istituzionali, l’uso della lingua, l’organizzazione scolastica, l’autonomia finanziaria e amministrativa. Inoltre Gerusalemme guarda con interesse alla «Clausola liberatoria» rilasciata dall’Austria secondo l’Accordo De Gasperi-Gruber. Perché la Clausola è qualcosa di assai simile a un punto-chiave messo più volte sul tavolo da Israele, ovvero una dichiarazione di «End of Claims» (fine delle rivendicazioni) da collegare a eventuali futuri accordi internazionali di pace.

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