Francesco Battistini
La guerra per le pietre diventa la guerra delle pietre. Un’altra volta. È cominciata senza troppo clamore una settimana fa, a Tel Hai, insediamento storico e memoria della lotta con gli arabi, dove Bibi Netanyahu ha annunciato il restauro dell’ «identità ebraica» di 150 siti archeologici e ha infilato nell’elenco pure le tombe dei Patriarchi e di Rachele, a Hebron e a Betlemme, che stanno nei Territori palestinesi e sono sacre anche all’Islam. S’è scaldata poche ore dopo a Gerico, nel giorno che commemorava la morte di Mosé, con la marcia sulla sinagoga d’alcuni ultraortodossi. S’è accesa lunedì scorso a Hebron, con le cinque giornate di guerriglia di centinaia di palestinesi. S’è allargata a Betlemme, al Campo dei Pastori. Alla fine è arrivata a Gerusalemme, ieri mattina, prevedibile e inesorabile, sulla Spianata delle Moschee e nella Città vecchia. Con le sassaiole di rito su quattro turisti, che secondo i palestinesi erano coloni israeliani. Coi lacrimogeni della polizia. Con 24 feriti, quattro agenti. Con sette arresti. Con un gruppo irriducibile deciso a picchettare l’Al Aqsa. Con una promessa: non finisce qui.
Non sarà l’inizio d’una mini-intifada, come dicono tutti, ma un po’ rischia di somigliarvi. L’onda di proteste scatenata dal discorso di Tel Hai ricorda i disordini del ’ 96 per il Tunnel di Gerusalemme, anche allora contro Netanyahu. O la rabbia per la passeggiata di Sharon sulla Spianata. «La cosa più seria in cui ci siamo imbattuti dall’occupazione del 1967», avverte il governatore arabo di Hebron, Hussein al-Araj. «Un regalo ai fondamentalisti — prevedono dall’Anp di Abu Mazen —: si trasforma la questione in una guerra di religione». Il piano Netanyahu è semplice: 73 milioni di euro, stanziati per restaurare siti cari a Israele. E poco importa se la biblica Tomba dei Patriarchi sia anche la Moschea di Ibrahim, l’Abramo islamico. O se la Tomba di Rachele, terzo luogo santo dell’ebraismo, stia nel cuore palestinese di Betlemme circondata dal Muro. «Non vogliamo alterare lo status quo — ha spiegato il premier —. La libertà di culto rimarrà tale, per ebrei e musulmani. Noi sistemeremo la parte ebraica e il Wafq, l’autorità palestinese per i siti sacri, aggiusterà l’altra».
La mossa di Bibi è stata sommersa di fischi. «Un barile di dinamite», scrive Ma’ariv. «Provocatoria è l’aggettivo usato in copia dall’amministrazione Obama, dall’Ue, dal Quartetto, dalla Conferenza islamica e dall’Unesco. A mezza bocca, una critica è arrivata anche dal presidente Shimon Peres. L’Anp ha proclamato tre giorni di sciopero, con la minaccia di denunciare gli accordi di Oslo e di pensare seriamente a una proclamazione unilaterale d’indipendenza, stile Kosovo. Senza dire della curva ultrà: dall’iraniano Ahmadinejad a Hamas, dai Fratelli musulmani del Cairo a Jihad, l’appello è alla mobilitazione violenta. Divisa l’opinione pubblica israeliana: «Questi siti sono le radici insostituibili della nostra esistenza » , dice Zeev Elkin, deputato della destra. «Sì, le nostre radici sono quelle, non certo i palazzi Bauhaus di Tel Aviv— ribatte un commentatore liberal, Haim Navon —. Ma ha senso rivendicarle adesso, mettendo a rischio tutto?».