Maurizio Caprara
«Se non ora, quando?». E’ con questa domanda che Benjamin Netanyahu, premier di Israele e uomo di una destra radicale poco incline alle mezze misure, ha raccomandato ieri a Roma di percorrere fino in fondo la strada delle sanzioni all’Iran affinché il suo avvicinarsi alla bomba atomica non richieda, in futuro, altri mezzi di dissuasione. Con le proteste in corso il regime di Teheran è più vulnerabile, si vedono crepe, è stata la tesi sostenuta da Netanyahu in una colazione a Palazzo Chigi con il collega Silvio Berlusconi e il ministro degli Esteri Franco Frattini. La questione va discussa nel G8 a presidenza italiana, ha affermato, e non si può affrontare Mahmoud Ahmadinejad che minaccia Israele continuando nel «business as usual», gli affari di sempre.
Dell’Iran il nostro Paese è il primo partner commerciale in Europa. Ci fornisce energia. Nel 2006 l’interscambio ha sfiorato i sei miliardi di euro. Finito l’incontro con Netanyahu (che ha scelto Roma come prima tappa all’estero da quando è di nuovo primo ministro), una giornalista ha domandato in inglese al presidente del Consiglio se, alla luce dei risultati elettorali di Teheran, ritiene ancora valida l’offerta di dialogo avanzata da Barack Obama e se pensa di «rivedere le intense relazioni economiche» dell’Italia con l’Iran. Berlusconi forse credeva di doversi pronunciare sull’invito della Farnesina alla Repubblica degli ayatollah per la conferenza di domani a Trieste sull’Afghanistan, ritirato dopo quattro mesi senza decisione iraniana. Così ha risposto: «Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a continuare questo rapporto soltanto se fosse considerato sul piano internazionale, con la partecipazione esplicita dell’Amministrazione americana, qualcosa di positivo. Tutte le situazioni che abbiamo alle spalle di nostri rapporti diplomatici con l’Iran sono sempre state condivise con l’Amministrazione americana e Israele».
Secondo il portavoce di Netanyahu, Mark Regev, sui rapporti economici Italia-Iran l’incontro ha segnato per gli israeliani passi avanti. In che cosa consisteranno, si vedrà.
Alle prese entrambi con turbolenze in casa, i due capi di governo hanno dato mostra di sintonia. Netanyahu ha invitato «Silvio», definito «grande campione di pace», a parlare alla Knesset, il Parlamento israeliano. I giornalisti del suo Paese hanno chiesto perché tanto onore a un politico chiacchierato per feste con signorine discusse. Netanyahu: «E’ un momento difficile ed è un amico. Sono affari interni italiani, non mi riguardano. E’ sempre stato un grande amico di Israele».
Berlusconi, prima, aveva appoggiato la sua idea di Stato palestinese smilitarizzato e detto senza enfasi una frase in linea con l’approccio obamiano («Ho richiamato l’attenzione sul bisogno di dare segnali significativi sul blocco degli insediamenti»). Impegnandosi a vertici annuali tra i governi di Italia e Israele.