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01-02-2010
Berlusconi in Israele: le ragioni del viaggio (Corriere)

Antonio Ferrari

E’difficile comprendere come questa improvvisa missione sia stata preparata e quali concreti obiettivi si prefigga. Ma non c'è dubbio che il viaggio del presidente del Consiglio Berlusconi in Israele, che comincia oggi e durerà tre giorni, sia importante, e non soltanto perché il capo del governo ha deciso di farsi accompagnare da 8 ministri. E' importante soprattutto per tre ragioni: perché interrompe una fase di paralisi totale del processo negoziale che dovrebbe portare la pace nel Medio Oriente. Perché si coniuga con la tessitura diplomatica della cancelliera tedesca Angela Merkel, rivelando l’esistenza di un asse europeo che intende essere propositivo, e non a rimorchio dell’endemico immobilismo della Ue nella regione. Infine perché riempie, almeno con l’ottimismo della volontà, una parte del vuoto che sta lasciando la diplomazia americana, incapace di trasferire nella realtà le generose ambizioni del presidente Barack Obama, diffuse con l’accorato discorso del Cairo, all’esordio internazionale della nuova Amministrazione. Obama aveva promesso di impegnarsi per affrontare tutti i problemi dell’area, evitando la scorciatoia finora sterile dei tavoli separati. Ma in realtà ha fatto poco o niente.

Proprio l’altro ieri, nella sua settimanale  newsletter, lo scrittore israeliano di sinistra Uri Avnery, che ogni venerdì affida un pensiero alle colonne di Haaretz, ha paragonato l’inviato del presidente-Usa nella regione, George Mitchell, ad un canguro che salta da una capitale all’altra con in mano una borsa vuota, perché non c’è niente da offrire. «Non abbiamo bisogno di Amleto, ma di un Giulio Cesare», scrive Avnery, con una punta di sarcasmo, nella sua conclusione. È evidente che un Giulio Cesare non esiste, né da questa parte né dall’altra dell’Atlantico, ma è altrettanto evidente che non si può compensare la mancanza di una vera e incisiva strategia con il semplice e monotono invito alle parti a tornare al tavolo dei negoziati. Il Medio Oriente ha imparato da tempo che non esistono soluzioni miracolose, però non bisogna rinunciare in partenza agli sforzi per ottenere almeno qualche importante risultato. Tony Blair, inviato del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) con il compito di realizzare l’ambiziosa Road map per giungere alla pace, ha affittato un piano dell’hotel American Colony, a Gerusalemme, ma dopo anni di lavoro non ha ancora ottenuto nulla. Tutto è fermo e congelato. I palestinesi laici di Ramallah, guidati da Abu Mazen, sono sempre in aperto conflitto con i fondamentalisti di Hamas, che vivono a Gaza: le elezioni presidenziali e politiche, che dovevano tenersi a gennaio, sono state rinviate. E il governo israeliano è come prigioniero di un centrocampo attendista con poche ambizioni, se non quella di guadagnare tempo. Ecco perché, contro l’immobilismo, c’è chi ha deciso di muoversi. Berlusconi, con calcolata scaltrezza e con indubbio tempismo, ha deciso di compiere la delicata missione, e si è fatto precedere da un’intervista, affidata al quotidiano simbolo dei liberal israeliani, appunto Haaretz, quindi il giornale più a sinistra della stampa del Paese. Il premier ha lanciato, da amico di Israele, «con la mano sul cuore», alcuni messaggi assai importanti: che la politica degli insediamenti e della loro espansione nuoce alla pace; che è necessario sostenere il dialogo tra Siria e Israele per giungere a un accordo che preveda la restituzione a Damasco delle alture del Golan; e che non si può accettare che un Paese vicino (l’Iran) si doti dell’arma nucleare, dopo le continue minacce all’esistenza dello Stato ebraico e le reiterate dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.

Era prevedibile l’elogio del primo ministro Benjamin Netaniahu, che ritiene giustamente la Merkel e Berlusconi grandi amici di Israele. Ma non può essere sfuggito a Bibi il peso politico delle impegnative dichiarazioni del capo del governo italiano. Molti hanno sempre lamentato l’assenza dell’Europa. Tuttavia, se l’Europa (o parte di essa) si muove, con franchezza e costruttivamente, anche per la politica ondivaga dell’esecutivo di Gerusalemme si tratta di un chiaro segnale che non può essere ignorato.