Antonio Ferrari
E’difficile comprendere come questa improvvisa missione sia stata preparata e
quali concreti obiettivi si prefigga. Ma non c'è dubbio che il viaggio del
presidente del Consiglio Berlusconi in Israele, che comincia oggi e durerà tre
giorni, sia importante, e non soltanto perché il capo del governo ha deciso di
farsi accompagnare da 8 ministri. E' importante soprattutto per tre ragioni:
perché interrompe una fase di paralisi totale del processo negoziale che
dovrebbe portare la pace nel Medio Oriente. Perché si coniuga con la tessitura
diplomatica della cancelliera tedesca Angela Merkel, rivelando l’esistenza di un
asse europeo che intende essere propositivo, e non a rimorchio dell’endemico
immobilismo della Ue nella regione. Infine perché riempie, almeno con
l’ottimismo della volontà, una parte del vuoto che sta lasciando la diplomazia
americana, incapace di trasferire nella realtà le generose ambizioni del
presidente Barack Obama, diffuse con l’accorato discorso del Cairo, all’esordio
internazionale della nuova Amministrazione. Obama aveva promesso di impegnarsi
per affrontare tutti i problemi dell’area, evitando la scorciatoia finora
sterile dei tavoli separati. Ma in realtà ha fatto poco o niente.
Proprio
l’altro ieri, nella sua settimanale newsletter, lo scrittore israeliano di
sinistra Uri Avnery, che ogni venerdì affida un pensiero alle colonne di
Haaretz, ha paragonato l’inviato del presidente-Usa nella regione, George
Mitchell, ad un canguro che salta da una capitale all’altra con in mano una
borsa vuota, perché non c’è niente da offrire. «Non abbiamo bisogno di Amleto,
ma di un Giulio Cesare», scrive Avnery, con una punta di sarcasmo, nella sua
conclusione. È evidente che un Giulio Cesare non esiste, né da questa parte né
dall’altra dell’Atlantico, ma è altrettanto evidente che non si può compensare
la mancanza di una vera e incisiva strategia con il semplice e monotono invito
alle parti a tornare al tavolo dei negoziati. Il Medio Oriente ha imparato da
tempo che non esistono soluzioni miracolose, però non bisogna rinunciare in
partenza agli sforzi per ottenere almeno qualche importante risultato. Tony
Blair, inviato del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) con il compito di
realizzare l’ambiziosa Road map per giungere alla pace, ha affittato un piano
dell’hotel American Colony, a Gerusalemme, ma dopo anni di lavoro non ha ancora
ottenuto nulla. Tutto è fermo e congelato. I palestinesi laici di Ramallah,
guidati da Abu Mazen, sono sempre in aperto conflitto con i fondamentalisti di
Hamas, che vivono a Gaza: le elezioni presidenziali e politiche, che dovevano
tenersi a gennaio, sono state rinviate. E il governo israeliano è come
prigioniero di un centrocampo attendista con poche ambizioni, se non quella di
guadagnare tempo. Ecco perché, contro l’immobilismo, c’è chi ha deciso di
muoversi. Berlusconi, con calcolata scaltrezza e con indubbio tempismo, ha
deciso di compiere la delicata missione, e si è fatto precedere da
un’intervista, affidata al quotidiano simbolo dei liberal israeliani, appunto
Haaretz, quindi il giornale più a sinistra della stampa del Paese. Il premier ha
lanciato, da amico di Israele, «con la mano sul cuore», alcuni messaggi assai
importanti: che la politica degli insediamenti e della loro espansione nuoce
alla pace; che è necessario sostenere il dialogo tra Siria e Israele per
giungere a un accordo che preveda la restituzione a Damasco delle alture del
Golan; e che non si può accettare che un Paese vicino (l’Iran) si doti dell’arma
nucleare, dopo le continue minacce all’esistenza dello Stato ebraico e le
reiterate dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.
Era prevedibile l’elogio
del primo ministro Benjamin Netaniahu, che ritiene giustamente la Merkel e
Berlusconi grandi amici di Israele. Ma non può essere sfuggito a Bibi il peso
politico delle impegnative dichiarazioni del capo del governo italiano. Molti
hanno sempre lamentato l’assenza dell’Europa. Tuttavia, se l’Europa (o parte di
essa) si muove, con franchezza e costruttivamente, anche per la politica
ondivaga dell’esecutivo di Gerusalemme si tratta di un chiaro segnale che non
può essere ignorato.