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01-06-2010
Ora Netanyahu è sempre più isolato (Il Sole 24 Ore)
Ugo Tramballi

«Come parte degli sforzi per facilitare il lavoro dei giornalisti nella regione, l'ufficio stampa del governo ha il piacere di richiamare la vostra attenzione sul menù del Roots Club di Gaza ». Ci vengono raccomandati crema di asparagi e beef strogonoff. È la mail che il 26 maggio l'efficiente servizio stampa israeliano ha inviato a tutti gli stranieri accreditati al Beit Agron di Gerusalemme. Pretendeva di essere un modo spiritoso per dire che a Gaza non ci sono emergenze umanitarie.

È questa superficiale arroganza rispetto a un problema percepito dal resto del mondo in maniera diversa, che ha portato alla tragedia dell'alba di ieri. Tutte le organizzazioni umanitarie sostengono che due terzi degli abitanti di Gaza vivono con l'aiuto internazionale. Forse Israele ha sempre ragione e il mondo torto. Ma se qualche volta il primo tenesse conto di ciò che pensa il secondo, capendo che l'obiettivo inconfessato del resto dell'umanità non è un altro Olocausto, la cosa servirebbe. Servirebbe prima di tutto a Israele, alla sua sicurezza, alla sua psicologia collettiva, al suo futuro.

La vicenda di ieri spiega molto della mentalità da assedio nella quale si è chiusa oggi Israele. Stabilito che nessuna nave possa forzare il blocco di Gaza, la decisione si trasforma in un comandamento: violarlo metterebbe in discussione la stessa esistenza dello stato ebraico. Così le truppe speciali salgono sulla nave dei pacifisti convinte che non ci siano alternative fra una resa incondizionata e una battaglia all'ultimo sangue. La reazione dei passeggeri non è completamente pacifica: il Mahatma Gandhi avrebbe fatto resistenza passiva, loro reagiscono. A questo punto un abbordaggio armato in acque internazionali diventa legittimo, la reazione di chi viene abbordato inammissibile. Da qui il bilancio di 10 o 19 morti. Di fronte a questo il "background legale" del blocco di Gaza, mandato ieri sempre dall'ufficio stampa del governo, è irrilevante. È lo stesso processo mentale che ha costruito il risultato della guerra di Gaza dell'anno scorso: 1.400 morti palestinesi, più della metà dei quali civili. La minaccia dei Kassam giustificava la reazione.

Tolte forse un paio di isole nel Pacifico, nemmeno il Costa Rica appoggia Israele qualsiasi cosa faccia. Anche gli Stati Uniti non sono più gli stessi di prima: ieri Bibi Netanyahu ha sospeso la sua visita a Washington per evitare di mettere in imbarazzo il più prezioso dei suoi alleati. Cosa sarebbe stato costretto a dire ieri Barack Obama a Netanyahu? Questo vorrà forse dire qualcosa, posto che il governo ultra religioso e ultra nazionalista a Gerusalemme si ponga la domanda.

Il mondo è cambiato e Israele continua a ragionare come se fosse in quello precedente: quando bastavano da soli gli Usa e lo stato ebraico era praticamente il cinquantunesimo stato dell'Unione; quando la Russia post sovietica non contava in medio oriente, la Cina non esisteva sulla carta geografica, il peso commerciale europeo si poteva ignorare e degli arabi si poteva dire che tramavano tutti la distruzione di Israele. Il tentativo brasiliano di contribuire alla soluzione del nucleare iraniano non è stato visto come lo stimolante ingresso di un nuovo venuto, una potenza di domani, ma come una minaccia. Il mondo è più complesso e il volto economico di Israele lo ha capito, adattandovisi con perizia. Quello politico, invece, vede in ogni cambiamento un prodromo di olocausto: è rimasto chiuso in cima a quel "muro di ferro", come lo definì uno dei fondatori più di 60 anni fa, dal quale Israele sarebbe sceso solo dopo aver irreparabilmente sconfitto tutti i suoi nemici. Ci sono state molte battaglie ma quella vittoria definitiva non verrà mai anche se Israele trasforma ogni evitabile scaramuccia in una prova esistenziale. Conta poco che abbia abbordato la nave in acque internazionali: qualsiasi paese lo farebbe di fronte a un pericolo chiaro e presente per la sua sicurezza nazionale. Il problema è se quella nave, quei pacifisti muscolosi, quei 10 o 19 morti, lo stesso blocco di Gaza fossero un pericolo. Il problema è se Israele sia in grado di distinguere i pericoli veri da quelli fasulli; di capire che il mondo non è pieno di antisemiti ma eventualmente di molti ammiratori delusi; di comprendere chea volte il nemico è dentro di sé.