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07-06-2010
Netanyahu dice no all'inchiesta dell'Onu (La Stampa)
Aldo Baquis

L’Onu non ha voce in capitolo per investigare il blitz israeliano sulla nave Marmara, conclusosi lunedì scorso con la morte di nove passeggeri turchi: lo hanno ribadito i dirigenti di Israele, respingendo nella sostanza il progetto del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon di affidare all’ex premier neozelandese Geoffrey Palmer l’incarico di far luce sul drammatico episodio, assieme con esponenti di Israele, Turchia e Usa.

Al Consiglio di difesa del suo governo il premier Benjamin Netanyahu ha proposto un’altra formula, forse accettabile per gli Stati Uniti. Si tratta della formazione di una commissione di verifica israeliana con la partecipazione di osservatori stranieri di alto rango. In ogni caso, hanno chiarito Netanyahu ed il ministro della Difesa Ehud Barak, «non sarà permesso che i nostri militari vengano interrogati».

Contatti diplomatici serrati erano in corso ieri fra Gerusalemme e Washington per verificare se questa proposta, unita all’annuncio di un allentamento del blocco di Gaza (per quanto riguarda l’introduzione di merci destinate alla popolazione palestinese) possa essere approvata dal presidente Barack Obama.
«Noi non abbiamo niente da nascondere» ha assicurato il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, secondo il quale al contrario proprio la Turchia dovrebbe spiegare la presenza a bordo della nave Marmara di alcuni elementi che l’intelligence di Israele «collega a terroristi» di Hamas, della Jihad islamica, di Al Qaeda e dei separatisti ceceni. «Sono saliti a bordo in un porto diverso rispetto agli altri passeggeri, non sono stati ispezionati» ha rincarato Netanyahu, lasciando aperta la possibilità teorica di collusioni fra i servizi segreti di Ankara e gli organizzatori islamici della missione presentata come umanitaria. E sulla stampa ci sono indiscrezioni secondo le quali sulla Marmara c’erano apparecchi di trasmissione «degni di un servizio di intelligence di un Paese importante».

Questi toni polemici non hanno peraltro avuto alcun effetto sui dirigenti turchi che hanno continuato a martellare Israele. «Istanbul e Gerusalemme hanno il medesimo destino» ha esclamato il premier Recep Tayyp Erdogan. «Così pure Ankara e Gaza. Noi non ci fermeremo fino a quando il blocco di Gaza non sarà tolto, fino a quando non cesseranno i massacri e il terrorismo di Stato in Medio Oriente non sarà considerato come tale». Nel nome di questa nuova fratellanza la Turchia ha spalancato le porte a un dirigente di Hamas, Mohammad Nazal, mentre il vicepremier israeliano Dan Meridor è stato costretto a rinunciare ad una visita ad Istanbul perché nella metropoli sul Bosforo - gli hanno detto i servizi segreti israeliani - la sua vita sarebbe stata in pericolo.
Ieri intanto Israele ha espulso le 19 persone (otto membri dell’equipaggio di diverse nazionalità e undici passeggeri pacifisti malesi e irlandesi, tra i quali la premio Nobel per la Pace nordirlandese Mairead Maguire) della Rachel Corrie, la nave diretta a Gaza con aiuti umanitari e intercettata nella giornata di sabato. La partenza di Mairead Maguire, celebre avvocato di 66 anni, simpatizzante per la causa palestinese, e degli altriattivisti irlandesi è stata ritardata per il loro rifiuto iniziale di firmare il foglio di via sottopostogli dalle autorità israeliane, in cui affermano di rinunciare a ricorrere presso la giustizia israeliana contro l’espulsione. Gli attivisti malesi hanno già promesso che riproveranno con una nuova missione. E altre navi della «Freedom Flotilla» si stanno organizzando per rompere il blocco di Gaza.