Aldo Baquis
Un messaggio destinato al presidente Bashar Assad in cui viene ribadita la volontà israeliana di rilanciare negoziati di pace con la Siria, senza precondizioni, è stato affidato dal premier Benyamin Netanyahu al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante la sua visita a Gerusalemme. Lo hanno riferito fonti qualificate, mentre fra Israele e Siria negli ultimi giorni si è avuto invece un aspro scambio di minacce.
In parallelo Netanyahu ha consegnato un analogo messaggio al ministro degli Esteri spagnolo Miguel Moratinos, che l’ha subito recapitato a Damasco. Di fronte al grande scetticismo dei dirigenti siriani, Moratinos ha dichiarato: «Vengo da Gerusalemme e là non ho sentito affatto tamburi di guerra, bensì tamburi di pace». Secondo le fonti, Netanyahu manda a dire ai dirigenti siriani che è giunto il momento di riprendere le trattative, non necessariamente dirette nella fase iniziale. Tramontata per screzi personali con Tayyp Erdogan la mediazione della Turchia (che nel 2008 aveva fatto da tramite fra l’allora premier Ehud Olmert e Assad) sarebbe adesso possibile - secondo Netanyahu - avvalersi invece dei canali diplomatici di Italia e Spagna.
Se dietro le quinte si cerca di rimettere in moto il dialogo, in pubblico è in corso invece una dura schermaglia. Già a gennaio una importante esercitazione militare israeliana sulle alture occupate del Golan aveva destato apprensione a Damasco. Questa settimana il ministro israeliano della difesa Ehud Barak ha poi avvertito che in assenza di trattative con la Siria si profila il rischio di un nuovo conflitto.
Barak è, nel governo israeliano, il più convinto assertore delle necessità prioritaria di allontanare la Siria dalla alleanza con l’Iran, anche a costo di un ritiro dalle strategiche alture del Golan. Ciò anche nella persuasione che invece sul fronte palestinese non sia possibile raggiungere, nel prossimo futuro, alcun accordo. Barak avverte anche un nuovo atteggiamento di interesse alla Siria da parte degli Stati Uniti, che vogliono assicurarsi la cooperazione di Assad nel contesto dei tentativi di stabilizzazione in Iraq. Si torna così a parlare del ritorno Damasco dell’ambasciatore degli Stati Uniti.
Eppure le parole di Barak sono state intese in Siria come una minaccia. «Se Israele attaccherà noi, o anche gli Hezbollah, siamo in grado di colpire tutte le sue maggiori città», hanno replicato i dirigenti siriani. Di conseguenza il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha dato fuoco alle sue polveri. Pensando a Barak, ha rilevato: «Chi pensa che mediante concessioni territoriali sia possibile separare la Siria dall’Asse del Male si sbaglia di grosso». Poi, rivolto allo stesso Assad, è passato al contrattacco: «In una prossima guerra, non solo perderai, ma la tua stessa famiglia perderà il potere».
Secondo Lieberman, la Siria dovrebbe rinunciare definitivamente alle alture del Golan (occupate da Israele nel 1967) «cosi come ha dovuto rinunciare al sogno della Grande Siria lasciando il controllo sul Libano nonché la zona di Alessandretta, contesa con la Turchia». La roboante sortita di Lieberman - ha titolato ieri Maariv a tutta pagina - era un tentativo di sabotare sul nascere l’iniziativa di Netanyahu con i buoni uffici di Italia e Spagna. In serata Lieberman ha replicato: «Non c’è alcuna iniziativa segreta e non c’è assolutamente niente da sabotare. Minacciando apertamente le nostre città la Siria ha oltrepassato una linea rossa. E Netanyahu la pensa come me».