homepage
English version
Home
Segnala ad un amicoStampa
17-03-2010
Intervista a Janiki Cingoli (Avvenire)
Luca Geronico

«Dopo il passo falso di Netanyahu con gli Stati Uniti ovvio che i palestinesi cerchino di avvan taggiarsi», afferma Janiki Cingoli, direttore del Cipmo. «La leadership dell’Anp con pressioni molto forti come le manifestazioni ai posti di blocco ma pacifiche. Hamas con l’appello a manifestazioni violente. Dopo che è stato impedito l’accesso ai luoghi santi a chi ha meno di 50 anni, Hamas ha organizzato pellegrinaggi di arabo israeliani – che Israele non può impedire – chiamandoli in causa nel contenzioso. C’è stato un salto di qualità, che poi si mantenga sul terreno dell’“Intifada bianca” o si tramuti di qualcosa di più violento non è prevedibile.

Una nuova fase nella lotta interna per la lea dership palestinese?

Certamente Hamas può approfittarne, però l’Anp ha colto un grande successo perché la telefonata della Clinton a Netanyahu ha rinsaldato l’asse di Abu Mazen con gli Stati Uniti.

Mentre fra Gerusalemme e Washington siamo alla «peggiore crisi dal 1975». Dopo un anno di inutili tentativi negoziali del suo inviato americano George Mitchell, il silenzio di Obama a cosa prelude?

L’alleanza storica non dovrebbe venir meno, ma potrebbe essere rimodulata.

Come?

Gli Stati Uniti potrebbero avanzare una loro proposta di pace, il Quartetto potrebbe elaborare una sua bozza e portarla in Consiglio di sicurezza partendo da posizioni molto più vicine alla leadership palestinese che non a quella israeliana. Insomma, Netanyahu ha detto che si scusava per la tempistica, ma il problema è di contenuto: la comunità internazionale non accetta che Gerusalemme Est appartenga a Israele. I fatti di questi giorni hanno evidenziato questa realtà, è emerso che il re è nudo.

Gerusalemme est, un nodo inestricabile.


Non è inestricabile! Si potrebbe sciogliere accettando che Gerusalemme è la capitale dei due Stati.

Una posizione nota, ma Obama con chi potrebbe negoziarla?

Obama non ha di fronte una persona ma uno Stato che ha degli interessi vitali e strategici, uno dei quali è la gestione della questione Iran, più vitale di qualsiasi altra. Di fatto nel momento in cui il nodo viene al pettine, Ne­tanyahu si trova di fronte a una scelta: può an dare avanti sulla sua strada con un po’ di capacita di manovra, sfruttando le pressioni del la lobby ebraica all’interno degli Stati Uniti, ma mettendosi inevitabilmente in rotta di col­lisione con Washington. La Casa Bianca ha già ricordato quanto si sta spendendo per la questione iraniana. Un rischio politico altissimo, ma ora reso evidente: il re è nudo.

Oppure?

Sperare che tutto si attenui e prendere tempo facendo ciò in cui è maestro, ma la deriva pare andare in una direzione diversa. Oppure a prire alla Livni e cambiare coalizione e linea di governo. È come un iceberg che sembrava immobile e invece ha cambiato posizione e anche la prospettiva con cui guardare avanti. Certo non giorni, ma mesi decisivi in cui queste forze ostili si confronteranno.