Luca Geronico
«La posizione del governo Berlusconi è palesemente più filo- israeliana dei precedenti di centro- sinistra, non squilibrati, ma più attenti alle ragioni palestinesi come lo è stato Obama in questo prima anno da presidente. Ma soprattutto siamo di fronte a una impasse nell’iniziativa statunitense avviatasi con grande clamore al Cairo nel giugno scorso», osserva pronto Janiki Cingoli, direttore del Centro italiano per la pace in Medio Oriente ( Cipmo). «Lo hanno chiamato il “disincanto di Obama”: è come se avesse posto l’asticella troppo in alto chiedendo il congelamento totale degli insediamenti e ha indotto i palestinesi a partire da questa clausola nei negoziati. E poi, anche per ragioni interne, non è riuscito ad andare avanti. Forse un atteggiamento più soft...
E così il Medio Oriente non è stato nemmeno citato nel discorso dell’Unione. Un vuoto in cui si è inserita l’Italia?
Dobbiamo essere realisti: l’Italia e l’Europa non possono sostituire gli Usa, ma questa iniziativa raccordata di Italia e Germania ( la Merkel ha appena ricevuto Netanyahu, ndr) è un tentativo della vecchia Europa di far ripartire il negoziato.
Anche con un franco richiamo di Berlusconi sulla politica degli insediamenti. Ma la replica di Israele sugli affari fra Teheran e Roma non è da meno...
Personalmente condivido l’approccio di Obama con l’Iran, ma l’atteggiamento di Ahmadinejad non aiuta: è probabile che si vada a nuove e più severe sanzioni del Consiglio di sicurezza, ma non vedo la necessità di fare i primi della classe con iniziative individuali e unilaterali.
Di fatto con le trattative di pace insabbiate e la questione iraniana più che mai aperta il perno diplomatico, come indicato anche dal premier italiano, potrebbe essere Damasco?
E' possibile. In Israele c’è chi come il ministro della Difesa Barak vorrebbe privilegiare il negoziato con Damasco: una Siria riconciliata farebbe venir meno l’appoggio ad Hamas ed Hezbollah aprendo nuovi sviluppi nell’Anp e in Libano. Il dilemma per i governanti israeliani è sempre lo stesso: una pace con Damasco senza il Golan o il Golan senza la pace con la Siria? Netanyahu per ora prende tempo anche se ha rifiutato la mediazione turca su Damasco. La Siria intanto ha riaperto le relazioni con Washington, ma non c’è ancora una risposta univoca di Israele. Per questo l’apertura di Berlusconi a Damasco è rilevante.
Oggi Berlusconi conclude il tour diplomatco con Abu Mazen: quale l’apporto specifico di Roma nel campo palestinese?
Da una scelta di campo chiaro, come detto, verrà presa posizione a favore dell’accordo fra al- Fatah e Hamas: è sintomatico che Berlusconi abbia ripreso i contenuti della risoluzione 1860 delle Nazioni Unite dopo l’operazione Piombo fuso ( gennaio 2009) evocando una ricomposizione nell’Anp, necessaria per un negoziato di pace credibile. Se l’annunciato piano Marshall per il Medio Orientre è una promessa, una volta realizzato il piano di pace, già ora l’Italia è un interlocutore imprescindibile per i Paesi arabi moderati. Questo in una politica di attenzione a tutta la regione mediorientale in cui ben si inserisce l’invito a Milano il prossimo 4 marzo del premier palestinese Fayad. Alla Camera di commercio verà illustrato il “piano Faysal”: mentre la diplomazia è bloccata costruire dal basso in due anni uno Stato palestinese ( istituzioni, sicurezza, economia). Il ministro degli Esteri israeliano Lieberman si è detto contrario, ma il piano ha punti di contatto con la « pace economica » di cui parla Netanyahu.