David Grossmann
Il discorso di Benyamin Netanyahu è stato, come talvolta si suol dire, il
discorso di una vita. Della nostra vita arenata, priva di speranze.
Ancora
una volta la maggior parte degli israeliani può raccogliersi intorno a quella
che sembra essere una proposta audace, generosa, ma che, al solito, è un
compromesso tra i timori, il lassismo, e la magnanimità ipocrita del centro che
sta "un po´ a destra e un po´ a sinistra". Ma quanto è grande la distanza tra
tutto questo e la dura realtà, tra tutto questo e le legittime necessità, le
giuste pretese dei palestinesi, accolte oggi dalla maggior parte del mondo,
Stati Uniti compresi.
Ora, dopo che ogni parola del discorso è stata
analizzata e soppesata, vale la pena di fare un passo indietro e osservare
l´intera rappresentazione, l´intero quadro. Ciò che il discorso di Netanyahu ha
rivelato, al di là di funambolismi ed equilibrismi, è la nostra impotenza,
l´inanità di noi israeliani dinanzi a una realtà che esige flessibilità, audacia
e lungimiranza. Se distogliamo lo sguardo da quella abile allocuzione e lo
rivolgiamo agli ascoltatori, vedremo con quale entusiasmo costoro si barricano
nelle proprie paure, avvertiremo il dolce deliquio provocato in loro dai palpiti
di nazionalismo, di militarismo, di vittimismo: cuore vivo dell´intera concione.
All´infuori dell´accettazione del principio di due stati, spremuta a
Netanyahu dopo grandi pressioni ed espressa in tono acido, in questo discorso
non è stato compiuto alcun passo concreto verso un vero cambiamento di
coscienza. Netanyahu non ha parlato «con onestà e coraggio», come promesso, di
quanto siano rovinosi gli insediamenti e ostacolo alla pace. Non ha guardato i
coloni negli occhi dicendo loro ciò che lui ben sa: che la topografia degli
insediamenti è in contraddizione con quella della pace, che molti di loro
saranno costretti a lasciare le loro case. Netanyahu era tenuto a dirlo. Non
avrebbe per questo perso punti in un futuro negoziato con i palestinesi: ne
avrebbe permesso l´avvio. Era tenuto a parlare a noi israeliani come a degli
adulti, non avvolgerci in strati di coibente per proteggerci da fatti noti a
tutti. Doveva parlare apertamente e dettagliatamente dell´iniziativa araba,
indicare i punti che Israele è disposto ad approvare e quelli che non può
accettare. Doveva rivolgere un appello agli arabi, lanciare loro una sfida che
avrebbero potuto raccogliere, e avviare così un processo vitale per Israele. Per
lunghi minuti si è invece dilungato sulle promesse e sulle garanzie che Israele
deve ottenere dai palestinesi, ancor prima di iniziare un negoziato. Non ha
accennato ai rischi che lo stato ebraico deve correre se vuole ottenere la pace.
Non ha convinto di essere veramente intenzionato a lottare per la pace. Non si è
posto a capo di Israele per guidarlo verso un nuovo futuro. Si è limitato a
echeggiare noti timori.
Ho visto Netanyahu e l´impressionante percentuale di
consensi da lui ottenuti dopo il discorso e ho capito quanto siamo lontani dalla
pace. Quanto l´abilità, il talento, la saggezza di concludere la pace si siano
allontanati da noi (e forse si siano atrofizzati in noi) così come lo stimolo
salutare di salvarci dalla guerra. Ho visto il mio primo ministro impegnato in
uno spettacolo acrobatico a labbra strette, in un´esibizione raffinata di
rifiuto, di voluta cecità. Ho visto come funziona in lui quel meccanismo
automatico che trasforma "un tentativo balbettato di parlare di pace" in un ben
articolato auto-convincimento di essere condannati a finire per l´eternità
trafitti da una spada. Ho visto e ho capito che da tutto ciò non avremo la pace.
Ho notato anche come gli esponenti palestinesi hanno reagito al discorso di
Netanyahu e ho riflettuto che pure loro sono nostri partner fedeli in questo
percorso di annichilimento e di fallimento. La loro reazione avrebbe potuto
essere più saggia e avveduta del discorso stesso; avrebbero potuto persino
aggrapparsi alla disdegnosa concessione fatta loro, controvoglia, da Netanyahu e
sfidarlo ad avviare un negoziato, come da lui proposto all´inizio del discorso.
Un negoziato durante il quale esiste una qual certa possibilità che le due parti
discendano dall´alto dei loro vacui proclami e tocchino il terreno della realtà.
E forse anche la terra promessa.
Ma i palestinesi, intrappolati come noi in
un meccanismo di reazione belligerante e antagonista, hanno preferito parlare
dei mille anni che trascorreranno prima che accettino le condizioni poste da
Netanyahu.
Questo è il discorso di Netanyahu e questo è ciò che hanno
rivelato le sue parole: anche se la maggior parte degli israeliani vuole la
pace, probabilmente non è più in grado di raggiungerla.
Ci possiamo persino
chiedere se noi, israeliani e palestinesi, comprendiamo veramente e
profondamente il significato della pace, come potrebbe essere una vita pacifica.
E subito sorge la domanda se una speranza di vera pace ancora esiste nella
nostra coscienza.
Perché se questo non è il caso (e il discorso di Netanyahu
l´ha chiarito in modo quasi imbarazzante) non avremo modo di concludere un
accordo e, per quanto ciò suoni strano, non siamo nemmeno incentivati a farlo.
Il discorso di Netanyahu, che doveva elevarsi verso il nuovo spirito diffuso
nel mondo dal presidente Obama, ci dice, tra le sue righe tortuose, che questa
regione conoscerà la pace solo se questa ci verrà imposta. Non è facile
ammetterlo, ma si ha sempre più l´impressione che sia questa la scelta davanti
alla quale si troveranno israeliani e palestinesi: una pace giusta e sicura
imposta alle parti da un fermo intervento internazionale, capitanato dagli Stati
Uniti; oppure la guerra, che potrebbe rivelarsi più cruenta e amara delle
precedenti.
Articolo pubblicato il 18 giugno 2009