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28-11-2007
Battere sul tempo estremisti e terroristi (Il Sole 24 Ore)
Ugo Tramballi (Il Sole 24 Ore)
Sette anni dopo il sanguinoso inizio sulla spianata del tempio di Gerusalemme, finisce l'Intifada. A rigor di logica è quello che dovrebbe accadere domani, dopo l'annuncio ufficiale qui ad Annapolis della ripresa del negoziato. Ehud Olmert e Abu Mazen facevano evidenti gesti di assenso quando George Bush ha annunciato la pace «prima della fine del 2008».
Una promessa impegnativa, dati i precedenti. Chiunque abbia dimestichezza con questo conflitto, anche chi è ottimista per natura, non può evitare di essere scettico: la pace più difficile della storia contemporanea in poco più di un anno! «Non è un problema di tempo ma di volontà politica», spiegava Massimo D'Alema nel vento gelido della baia di Chesapeake. «Il trattato di pace è già scritto». Il ministro degli Esteri ha ragione: il lungo negoziato avviato da Rabin, Peres e Arafat all'inizio degli anni 90 aveva già definito che la pace si raggiungerà trovando una risposta alle questioni vere del conflitto: le frontiere, la spartizione di Gerusalemme, i profughi palestinesi e la sicurezza d'Israele. È già stato scritto anche come ognuno di questi nodi può essere sciolto attraverso reciproche concessioni.
Ma sulla strada di un anno di pace, significa ancora qualcosa se tutto questo è stato puntigliosamente ricordato solo da Condoleezza Rice nella colazione a porte chiuse con le 48 delegazioni di mezzo mondo; e non nella breve "dichiarazione congiunta", letta invece da Bush in diretta universale, sui teleschermi che ieri sera guardavano anche israeliani e palestinesi, i buoni e i cattivi. Il massimo del successo di Annapolis sarebbe stato un "documento congiunto"; il minimo, una "dichiarazione" che Condoleezza Rice avrebbe letto alla fine della conferenza, interpretando la generica volontà di tutti. La soluzione letta ieri da George Bush è una onorevole via di mezzo: una "dichiarazione congiunta", nella quale non si accenna ai problemi, ma si fissano i paletti temporali per risolverli: si comincia il 12 dicembre 2007 e si finisce entro la fine dell'anno successivo.
Ma non sarà solo conflitto fra israeliani e palestinesi, del quale il 17 dicembre a Parigi già viene affrontato l'aspetto economico. Parlando dopo Bush, Olmert ha riconosciuto l'importanza dell'iniziativa di pace araba, lanciata dai sauditi nel 2002, che invoca il ritiro di Israele da tutti i territori arabi occupati. Anche le alture del Golan: è il messaggio che i siriani si aspettavano. La trattativa comincerà all'inizio del 2008 a Mosca.
Ma Ehud Olmert non è Ariel Sharon e Abu Mazen non è Arafat: non hanno truppe né popoli fedeli. Quando torneranno a casa da Annapolis, troveranno il solito corrosivo Medio Oriente. Con mezzi elettorali legali, facendo perdere nelle urne i promotori di questa volontà; o con quelli illegali della violenza politica, uccidendoli, i nemici della "pace in poco più di un anno" si rimetteranno al lavoro già domani. L'Intifada non si fermerà.
Per certi versi è un film già visto a Washington nel 1993, alla firma dei primi accordi di pace: poco alla volta ipartiti d'opposizione, gli estremisti e i terroristi sono riusciti a fermare tutto. Forse è da qui che nasce l'esigenza di fare la pace in un anno: battere gli avversari sul tempo se non sul campo.
Anche George Bush non è Bill Clinton. «Clintonesque energy» definiva ieri il «New York Times», questo coraggioso ma tardivo cambio d'abito del presidente, che per sette degli otto anni del suo mandato aveva cercato di stare lontano dal conflitto israelo-palestinese e ne aveva aperto uno in Iraq. Guardando il successo di questa conferenza (almeno prima che lo spirito di Annapolis si confronti sul campo con i suoi nemici veri); contando i quasi 50 ministri che hanno accettato di venire, conoscendo in anticipo i limiti della conferenza, viene da pensare cosa sarebbe oggi l'America senza l'Iraq, Abu Ghraib, Guantanamo, le ambizioni imperiali di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Se, nonostante questo, sono venuti qui così in tanti è perché credono ancora che l'America sia indispensabile: per una pace fraisraeliani e palestinesi e per contenere l'Iran.
Bush non è meno debole di Olmert e Abu Mazen: tutti i candidati repubblicani alle presidenziali sono contro la nascita di uno Stato palestinese. Ma l'ultimo anno alla Casa Bianca per la pace del più difficile dei conflitti vale la redenzione di una presidenza discussa. Non resta che sperare: il complesso della base militare dove ieri è nato questo Spirito di Annapo-lis, è intitolato a "Bob Hope".