Alberto Negri
Anche la diplomazia segreta, che qualche giorno fa aveva fatto versare fiumi d'inchiostro e sollevato ipotesi fantasiose, ha fallito l'obiettivo di ricucire lo strappo tra Ankara e Tel Aviv: la Turchia chiude lo spazio aereo ai voli militari israeliani e per la prima volta minaccia esplicitamente di rompere le relazioni con lo stato ebraico, liquidando un'alleanza determinante per gli equilibri strategici del Medio Oriente ma anche per la proiezione della Nato nel fianco sud del Mediterraneo. Le due potenze hanno scelto la linea dura, aprendo scenari preoccupanti per la ricomposizione dei conflitti regionali, dalla Palestina alla Siria, dal Libano all'Iraq, alla crisi nucleare iraniana.
L'annuncio di chiudere lo spazio aereo- una mossa già anticipata ma non del tutto chiarita - è stato dato dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu con un'intervista al quotidiano Hurriyet sull'aereo che lo riportava ad Ankara dal Kirghizistan. «Il bando ai voli militari è totale e potrebbe essere allargato a quelli civili. Israele - ha aggiunto il ministro - ha tre possibilità: scusarsi, accettare i risultati di una commissione d'inchiesta internazionale o rassegnarsi alla rottura con la Turchia». Ankara aveva già ritirato l'ambasciatore e lo stesso Davutoglu aveva fatto pressioni qualche giorno fa nel suo incontro segreto di Bruxelles con il ministro israeliano Benjamin Ben- Eliezer.
Secca la risposta israeliana alla richiesta di scuse per l'uccisione dei nove attivisti turchi nel raid del 31 maggio contro la nave Mavi Marmara, in rotta in acque internazionali verso Gaza: «Non abbiamo alcuna intenzione di presentare delle scuse, anzi riteniamo che sia la Turchia a doverlo fare: non è certo minacciandoci che si possono ottenere dei risultati », ha replicato il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, uno dei falchi del Governo Netanhyau, già inviperito essere stato tenuto all'oscuro dell'incontro segreto di Bruxelles.
Anche il ministro della Difesa Ehud Barak, certamente più moderato di Lieberman, ha imboccato la linea dura, rivelando che due settimane fa a Washington gli era stato proposto un meeting riservato con Davutoglu: «I turchi miravano a rivendicazioni come compensazioni finanziarie o un'inchiesta internazionale, così ho rifiutato, come pure avevo consigliato Ben-Eliezer a rinunciare all'incontro di Bruxelles».
La "diplomazia segreta" tra Turchia e Israele, di cui stanno affiorando i dettagli con un'inconsueta loquacità dei protagonisti, si è dipanata in questi mesi, ancora prima del caso della Freedom Flottilla, in una situazione per certi versi paradossale. Un esempio è quello dei droni israeliani che la Turchia sta facendo volare in Kurdistan a caccia della guerriglia del Pkk. Nel 2005 la Turchia aveva ordinato dieci aerei senza pilota, una commessa che però aveva visto la consegna soltanto di sei veivoli. Lo stesso Barak era volato in Turchia per calmare i turchi assicurando che il contratto sarebbe stato rispettato. Non solo, venti giorni dopo il raid contro la Mavi Marmara, al culmine della crisi, una delegazione turca è atterrata a Tel Aviv per l'addestramento alla guerra elettronica.
La rottura delle relazioni significa affondare gli accordi militari del '96,fondamentali nel rinnovamento tecnologico degli arsenali turchi e nei conflitti regionali come quello ai confini tra Iraq e Turchia, senza contare che lo scambio di informazioni tra le parti ha giocato un ruolo decisivo nella crisi degli anni 90 tra Turchia e Siria e nell'individuazione dei santuari del Pkk. Ma adesso in Turchia si vive, insieme a un cambio strategico, una nuova sindrome: Israele, sui media ma anche nelle dichiarazioni dei politici, è diventato un nemico che proprio per le conoscenze approfondite degli apparati di difesa può mettere in pericolo la sicurezza della nazione. E la sindrome corre anche sul web: il Turkish Daily annuncia che alcuni siti come quello della associazione islamica Ihh, organizzatrice della Freedom Flottilla, sono stati bloccati direttamente da Tel Aviv. Il giornale sostiene che Israele è in grado di entrare direttamente nei programmi delle forze armate.
Soltanto tre anni fa Shimon Peres teneva ad Ankara un applaudito discorso all'Assemblea nazionale, il primo rivolto da un presidente israeliano al Parlamento di un Paese musulmano. La Turchia aveva riconosciuto lo stato ebraico nel 1949 ed era entrata nella Nato nel 1952, schierandosi nel campo occidentale. Nei primi anni 60 faceva la sua prima richiesta di adesione alla Comunità europea: «Stiamo aspettando da più di 40 anni, nessun'altro ha mai dovuto attendere tanto tempo», mi faceva notare in questi giorni Egemen Bagis, ministro per gli Affari europei e capo negoziatore con Bruxelles. Ma anche l'Europa nel paese di Erdogan e dell'Akp, il partito musulmano al potere, sta perdendo il suo fascino, almeno nei sondaggi di Bagis: il 60% è favorevole all'adesione ma soltanto il 40% pensa che un giorno l'Unione accetterà la Turchia.