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08-06-2010
La nuova partita dei palestinesi passa da Ankara (Corriere)
Antonio Ferrari

Nel mondo palestinese è diventato l'amico più credibile e fidato. Mai si erano utilizzate tante parole di ammirazione per un paese musulmano che il mondo arabo non ha mai amato. E la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che da quasi due anni è diventato la bandiera della riscossa musulmana nell'area: prima con la dura reazione all'operazione «Piombo fuso», condotta da Israele nella striscia di Gaza; poi con le accuse, dalla tribuna di Davos, al presidente dello stato ebraico Shimon Peres; e ora con la spedizione della flottiglia con 1o.ooo tonnellate di aiuti umanitari, conclusa nel sangue. dopo l'attacco dei commandos israeliani, in acque internazionali. Nove morti, nove turchi, o meglio otto turchi e un americano ma di origine turca. Erdogan, non solo nella Striscia ma in tutta la Palestina è considerato un eroe, e quindi non stupisce che il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen abbia deciso di cominciare proprio da Ankara il viaggio che poi lo porterà a Washington da Barack Obama e, successivamente, a Madrid da Zapatero e a Parigi da Sarkozy. Ma è la visita in Turchia, sono gli incontri con il presidente Gul e appunto con il premier Erdogan a segnare una precisa svolta. Che non significa soltanto la richiesta del sostegno di Ankara, e non si limita come nel passato a - domandare una mediazione.

La Turchia, oggi, avrebbe molte difficoltà.a mediare perché i suoi rapporti con Israele, suo partner (ex?) strategico, sono decisamente in crisi. La partita si spinge oltre, e tende a raccordare un'iniziativa musulmana con le pressioni internazionali per ottenere la rimozione del blocco e dell'embargo contro la striscia di Gaza, la riconciliazione tra le due grandi componenti palestinesi, cioè i laici del Fatah e i fondamentalisti di Hamas, e il rilancio del processo di pace, che l'inviato americano George Mitchell sta pazientemente tessendo. in una settimana sono cambiate molte cose. Israele è in una situazione di difficoltà e di isolamento, ha bisogno di un rilancio di immagine e anche di correggere la propria posizione, in particolare per recuperare credito coni paesi amici, a cominciare dagli Stati Uniti. Abu Mazen, che era fragilissimo, è come rinfrancato e nella battaglia politica per smantellare quella «prigione a cielo aperto» che è Gaza (per usare le parole della regina Rania di Giordania) ha trovato molti alleati. E ora anche gli arabi, da tempo sfiduciati e poco desiderosi di calarsi nel pantano del conflitto israelo-palestinese hanno deciso di scendere in campo. Il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ha infatti annunciato una visita a Gaza, e quindi alla dirigenza di Hamas, preparando il terreno per ll passo successivo: il ritorno nella Striscia, con una proposta concreta di riconciliazione, dello stesso Abu Mazen, di rientro dalla sua delicata missione internazionale. Che sia il prologo di una svolta è tutto da vedere. Ma almeno è tornata la buona volontà. Non è poco.