Il Presidente Napolitano oggi torna in Israele ventidue anni
dopo la sua prima visita, svoltasi nell’86. Chi scrive partecipò a quella missione,
e contribuì a organizzarla. Essa rappresentò certamente un salto di qualità nel
rapporto tra sinistra italiana, ed in particolare il PCI di allora, ed Israele:
un rapporto che si era lacerato dopo la Guerra di sei giorni, e che solamente
un paziente lavoro di ricucitura, ed anche una chiara battaglia politica verso
residue soggezioni a unilateralistiche logiche di campo consentirono di
superare.
L’apertura ad Israele del PCI (di cui Napolitano era allora
il responsabile internazionale) rappresentò un messaggio di svolta, rivolto
anche all’ebraismo italiano, ma sicuramente esso guardava agli Stati Uniti,
presso cui egli stava svolgendo un paziente lavoro di accreditamento, ed anche
alla Unione Sovietica, verso cui egli stesso fece pressioni, riuscendo a
ottenere da Mosca una dichiarazione di attenzione alle esigenze di sicurezza
dello Stato ebraico, nei limiti del rispetto delle esigenze nazionali
palestinesi. Questo per dire che da quella visita scaturì un paziente lavoro di
tessitura diplomatica, volto a superare i muri di incomunicabilità creati dal
conflitto.
Ma vi fu un altro elemento che su cui si concentrò la riflessione,
la questione del sionismo. La parola non aveva ancora corso libero nel PCI, e
su questo il leader comunista era ancora prudente: ricordo una sera, trascorsa
in un Kibbutz con tutta la leadership del MAPAM (il partito della sinistra
socialista poi confluito nel Meretz), in cui la discussione si concentrò
proprio sul sionismo, che gli israeliani chiedevano di riconoscere come
legittimo movimento di liberazione nazionale. Quella sera Napolitano fu cauto:
“ci abbiamo messo tanto – interloquì a un certo punto – a superare il
marxismo-leninismo con il trattino, ed ora voi ci chiedete di adottare
marxismo-sionismo”.
Ma quella discussione lasciò il lui tracce profonde, e se ne
trova l’eco in quella dichiarazione del 29 gennaio 2007, nel giornata della memoria, in cui egli
affermò che era necessario combattere ogni forma di antisemitismo, “anche quando esso si travesta da antisionismo perché
significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni
della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che
si alternano nella guida di Israele”. Ed ancora ieri, nella intervista al
Corriere della Sera, egli tornava sulla questione, affermando che “il movimento
sionista si ispirò in non piccola parte al pensiero di Giuseppe Mazzini, a una
visione universalista delle aspirazioni all’indipendenza nazionale dei nostri
popoli, di tutti i popoli”.
Un altro suo aspetto caratterizzante
è la convinzione che essere amici di Israele non significa essere meno amici
della parte palestinese: la battaglia per il riconoscimento del diritto
all’esistenza e alla sicurezza dello Stato di Israele va di pari passo con
quella per la costruzione di uno Stato palestinese. I due aspetti non
configgono, ma si rafforzano vicendevolmente. L’uno non può essere raggiunto
senza l’altro.
Quello di Napolitano è infine uno
sguardo laico, non offuscato da pregiudizi ideologici, un approccio
estremamente realistico. E certamente egli si sarà posto, in questi giorni
della visita, il problema di cosa resti oggi del sionismo, e di quanto il
processo accelerato di colonizzazione dei territori palestinesi abbia potuto
deteriorare quel progetto.
La situazione politica che oggi
troverà a Gerusalemme il nostro Presidente è densa di incognite: il processo
diplomatico avviato un anno fa ad Annapolis non è arrivato a conclusione, anche
per le dimissioni anticipate di Olmert in seguito agli scandali in cui era
coinvolto, e le prossime elezioni anticipate non promettono molto di buono:
secondo gli ultimi sondaggi, Netanyahu, il leader del Likud, avrebbe un netto
vantaggio di oltre sei seggi sulla Livni, leader di Kadima, e il centro destra
sarebbe in netto vantaggio sul centro sinistra, anche includendo in esso i
partiti arabi.
Naturalmente, l’elezione di Obama
può influenzare positivamente l’elettorato, ma il suo insediamento, il prossimo
20 gennaio, avverrà troppo a ridosso delle elezioni del 10 febbraio, e sarà
difficile che il suo nuovo approccio, molto più realistico e scevro dagli
apriorismi ideologici del suo precedessore, possa già dispiegare i suoi
effetti.
E’ probabile che i nuovi
governanti israeliani siano chiamati a scelte assai difficili: è nota
l’attenzione che il nuovo Presidente USA porta al Piano arabo del 2002, che
postula la restituzione dei territori occupati nel ’67, la creazione di uno Stato
palestinese con capitale Gerusalemme Est, ed una soluzione “equa e concordata”
del problema dei rifugiati, in cambio del riconoscimento e della pace con tutti
gli Stati arabi. I margini di manovra potrebbero perciò decisamente
restringersi: ma anche per questo gli elettori israeliani potrebbero preferire
un negoziatore duro, proprio come Netanyahu.
Di tutto questo Napolitano
discuterà certamente a fondo e senza autocensure, come solo un vero amico può
fare.