L'Amministrazione USA, come ha confermato per ultimo l’inviato
speciale del Quartetto, Tony Blair, sta lavorando ad una proposta complessiva
di pace a livello regionale, che il
Presidente Obama dovrebbe annunciare al termine delle visite a Washington dei
principali leader regionali: il Premier israeliano Netanyahu, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello egiziano Mubarak.
La proposta USA dovrebbe prendere le mosse
dal cosiddetto documento dei 10, proposto da dieci eminenti personalità
statunitensi, fra cui molti degli attuali consiglieri del Presidente,
tra cui Paul Volcker, Brent Scowcroft, Zbigniew Brzezinski,
Lee Hamilton, James Wolfensohn. Il piano, che pare ripartire dagli accordi
delineati a Taba nel 2001 e precisati nel “Modello di Accordo di Ginevra del
2003”, si muove lungo le seguenti linee: ritiro israeliano ai confini del
’67, eccetto gli insediamenti maggiori lungo la linea verde e intorno a
Gerusalemme, con corrispondenti scambi territoriali; Gerusalemme capitale dei
due Stati, divisa su basi demografiche; adozione di un regime speciale per i
Luoghi santi; riabilitazione dei rifugiati palestinesi con una qualche forma di
corresponsabilizzazione per Israele; stazionamento di una forza internazionale
di pace per una fase transitoria (una garanzia per Israele, volta a evitare che
anche la Cisgiordania diventi una nuova base per razzi e missili contro le sue
città).
Il piano ritiene altresì
necessario favorire la formazione di un Governo di unità interpalestinese,
affidando ad Abu Mazen i negoziati sul Final Status, salvo ratifica degli
eventuali accordi raggiunti attraverso un referendum, e allenta le condizioni
poste dal Quartetto a Hamas, insistendo piuttosto su una tregua di lungo
periodo con Israele. In sostanza, si propone un recupero del vecchio accordo
interpalestinese della Mecca, patrocinato dall’Arabia Saudita nel 2007.
Sotto questo punto di vista, il recente
semaforo verde annunciato dalla amministrazione USA verso il finanziamento di
un governo di unità nazionale palestinese che includa elementi di Hamas, può
essere il segno, importante, che un altro tassello sta andando a posto nel
complicato puzzle mediorientale.
Un
altro punto di riferimento di Obama è certamente il Piano arabo di pace del
2002, cui egli ha fatto spesso riferimento, come in occasione del
suo incontro con il monarca saudita, nell’aprile scorso.
Il piano
postula il riconoscimento
di Israele da parte di tutti gli Stati arabi in cambio della restituzione dei
territori occupati nel ’67 (con possibili limitati scambi di territori), della
creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est e di una
soluzione “giusta e negoziata” del problema dei rifugiati. La proposta, che è
stata votata all’unanimità da tutti gli Stati arabi, inclusi quelli considerati
più estremisti, come la Siria e la Libia, offre all’iniziativa del Presidente
USA un essenziale punto di riferimento regionale (consentendo di includere
Siria e Libano nel progetto diplomatico complessivo), ed ancora la sua proposta
di pace all’ampio retroterra degli stati arabi sunniti, sempre più sotto
pressione per l’incalzare dello sciismo iraniano.
Tuttavia,
Obama è troppo realista per non comprendere che un conto sono le
enunciazioni di principio, a cui è necessario tenersi strettamente e senza
derogare: l’impegno alla concezione “due stati due popoli”, quello per la
creazione di uno Stato palestinese “viabile”, quello per la sicurezza di
Israele. Un conto sono i passi concreti da sviluppare sul terreno. Il suo staff
ha quindi lavorato intensamente alla individuazione di passi concreti intermedi
per ristabilire la fiducia: da parte israeliana, il congelamento degli
insediamenti, l’evacuazione degli avamposti non autorizzati, la rimozione dei
blocchi stradali e la facilitazione della circolazione dei palestinesi, la
attenuazione del blocco di Gaza. A questo corrisponderebbero non tanto passi da
parte palestinese, perché oramai Abu Mazen ha già fatto quel che poteva fare in
materia di sicurezza e di lotta al terrorismo, ma da parte araba, con aperture
progressive ad Israele (incontri con delegazioni della Lega Araba, ripristino
delle relazioni interrotte durante la guerra di Gaza etc.), che renderebbero
più articolate le stesse proposte contenute nel Piano arabo. In questo senso
pare d’altronde muoversi il piano preannunciato da Abu Mazen, in vista del suo
incontro con Obama.
E’ interessante notare che su
questo terreno si possono trovare dei punti di intesa con lo stesso Governo
israeliano.
Netanyahu ha già annunciato che è
in corso una revisione delle proposte di pace del suo governo, in vista del suo
incontro del 17 maggio. Ma lo stesso Lieberman, nella sua prima intervista dopo
la nomina a Ministro degli Esteri, ha sottolineato come il suo governo si sente
vincolato al rispetto della Road Map,
che, non bisogna dimenticarlo, è una mappa verso “Una soluzione
permanente del conflitto israelo-palestinese basata sui due stati” (“A
Performance-Based Road Map to a Permanent Two-State Solution to the
Israeli-Palestinian Conflict”)
, e che essa contiene precise richieste a Israele sul congelamento degli
insediamenti e sulla rimozione degli avamposti non autorizzati e la rimozione
dei blocchi stradali interni che lo stesso Lieberman si è impegnato a
considerare attentamente, sia pure su una base di reciprocità rispetto ai
palestinesi.
Parrebbe quindi in corso un cauto e prudente riallineamento israeliano, e
probabilmente si sbaglia chi si aspetta clamorosi scontri, nel corso del
prossimo appuntamento a Washington.