Non si hanno dettagli sugli incontri tra Obama e Netanyahu,
salvo il fatto che gli incontri sono stati due: dopo i primi novanta minuti di
colloquio ufficiale il leader israeliano si è trattenuto per un’ora alla Casa
Bianca con i suoi consiglieri, e poi ha chiesto di incontrare nuovamente il Presidente,
che lo ha ricevuto per altri trenta minuti. Una procedura inusuale, che fa
pensare a specifiche richieste avanzate da parte USA, su cui prima di dare
risposta Netanyahu abbia sentito il bisogno di consultarsi.
Tutto l’incontro si è svolto in una atmosfera a dir poco
fredda: ad ora tarda, in modo da evitare la copertura dei media televisivi,
senza possibilità di accesso per i giornalisti, senza il rilascio di una photo opportunity, senza che fossero
previste dichiarazioni pubbliche alla fine.
E’ evidente che gli Stati Uniti hanno ritenuto insufficiente
la lettera di risposta inviata da Netanyahu alla Amministrazione USA. Già negli
incontri preparatori svoltisi a Washington il Vice Presidente Biden ed il
Segretario di Stato Hillary Clinton non avevano usato mezzi termini per
ribadire all’ospite la richiesta di maggiori concessioni, per ristabilire la
fiducia dopo lo strappo subito da Biden a Gerusalemme. Probabilmente, gli USA
intendono anche verificare se le iniziative verso i palestinesi che erano state
ipotizzate (quali il rilascio di prigionieri, il trasferimento di nuove “aree
c” della Cisgiordania sotto il controllo dell’ANP, la rimozione di blocchi
stradali) rimarranno sulla carta o saranno attuate.
Sulle costruzioni a Gerusalemme Est, Netanyahu ha per il
momento scelto di tenere duro, dichiarando che “Gerusalemme non è un
insediamento”, e si è fatto addirittura precedere, in vista del suo incontro,
dall’annuncio della costruzione di altri venti appartamenti nell’area dell’ex
Hotel Shepherd nel sobborgo di
Sheikh
Jarrah.
Gli esponenti USA erano certamente rimasti irritati anche
dalla equiparazione, riaffermata dal Premier israeliano alla convenzione annuale
dell’AIPAC – la potente lobby USA pro-Israele -
secondo cui “non c’è differenza tra costruire a Gerusalemme e costruire a Tel
Aviv”. “Noi siamo in disaccordo su questo”, ha puntualizzato un portavoce della
Casa Bianca.
La principale motivazione addotta da parte israeliana è il
grande consenso esistente in Israele intorno al principio “Gerusalemme,
capitale eterna e indivisibile di Israele”. Peraltro,
secondo alcuni sondaggi pubblicati sul quotidiano israeliano Ha’aretz, solo una parte compresa tra il
51 e il
48
per cento degli israeliani ritiene che si dovrebbe continuare a costruire in
ogni parte di Gerusalemme, anche a costo di uno scontro con gli USA, mentre una
parte compresa tra il 46 e il 41 per cento ritiene che si dovrebbe cessare di
costruire nella parte orientale della città fino al termine dei negoziati con i
palestinesi.
D’altronde, l’argomento del consenso pubblico non è molto
consistente. Anche il Generale argentino Galtieri, quando decise di annettersi le isole Falkland, nel 1982, si giustificò con il sostegno entusiasta della sua opinione pubblica, ma non andò molto lontano, di fronte alle cannoniere inviate dalla
Thatcher e alla risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU
.
Nessuno pensa ovviamente che gli
Stati Uniti inviino le loro portaerei di fronte alle coste israeliane, né che
si possano prevedere a breve risoluzioni impositive del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU.
Tuttavia, non si può nascondere la
sensazione che la attuale leadership
israeliana abbia un po’ perso il senso della realtà, delle attuali tendenze e
degli spostamenti in atto a livello mondiale. Kissinger soleva dire che Israele
non possiede una politica estera, ma solo una politica interna. Netanyahu
ancora una volta ha fatto ricorso alla pressione delle diverse lobby ebraiche statunitensi, sempre
forti ma oramai non più compatte, o alle sue relazioni con gli esponenti del
Congresso, certamente cauti e prudenti in vista delle prossime elezioni di
mezzo termine di novembre.
Certo, sul breve termine quelle
manovre possono produrre un risultato, e non a caso prima dell’incontro il
Presidente USA ha dichiarato che non esiste una crisi tra i due paesi:
“Israele è uno dei nostri alleati più stretti e noi abbiamo con il popolo
israeliano un legame speciale che non può andare perso. Ma – ha aggiunto – gli amici a volte hanno dei dissensi”.
Ma Obama, oramai, si sente
rafforzato dal recente voto di approvazione della sua riforma sanitaria, e meno
vincolato alle varie pressioni esterne e interne al Congresso stesso.
Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, appare
evidente che la percezione complessiva che la Amministrazione USA ha del
Governo Netanyahu è improntata a un crescente pessimismo, e che è in atto al
suo interno una riconsiderazione dei rapporti con l’alleato storico, nel quadro
della più complessiva riconfigurazione dell’approccio strategico globale alla
intera situazione regionale. Il quotidiano israeliano Ha’aretz paragona questa
evoluzione al movimento di un enorme iceberg, che appare immobile, ma che poi
finisce per trovarsi in una posizione diversa.
Appare assai dubbio che il Governo israeliano nella sua
attuale configurazione, con la crescente
pressione esercitata dai partiti religiosi e da quelli di estrema destra, sia
attrezzato a fronteggiare questi
possibili sviluppi. Tzipi Livni, la leader di Kadima arrivata prima alle
elezioni senza riuscire a formare il governo, siede in riva al fiume e aspetta
una telefonata da Bibi.