Obama ha deciso di non aspettare il 4 di giugno, al Cairo,
per chiarire come la pensa a proposito di Israele e di Netanyahu, probabilmente
anche per non sbilanciare l’annunciato discorso al mondo islamico, volto a
forgiare con esso una nuova alleanza.
In una intervista alla National Public Radio, un
network di radio statunitensi, ha affermato che “Gli Stati Uniti saranno più
decisi nel portare avanti le loro obiezioni alla politica degli insediamenti
israeliana nei Territori palestinesi rispetto alle precedenti amministrazioni”.
Con ogni probabilità, dopo l’incontro del Presidente con
Netanyahu, la Amministrazione USA aveva voluto verificare quali passi concreti
il Governo israeliano intendesse promuovere, in materia di insediamenti. Tutto
quello che è stato annunciato è stata la rimozione di 26 insediamenti non
autorizzati, che avrebbero già essere dovuti essere smantellati da anni, non
senza aspre resistenze da parte di alcuni ministri e suscitando reazioni
vandaliche da parte del movimento dei coloni, rivolte sia contro gli abitanti
palestinesi che contro le forze di polizia. Veniva invece confermata la volontà
di procedere con la cosiddetta “crescita naturale” degli insediamenti al di qua
del muro e intorno a Gerusaemme Est,
dove peraltro venivano annunciati nuovi quartieri e anche la costruzione di un
nuovo albergo. Nei fatti, in nome della “crescita naturale” i coloni negli
ultimi anni sono cresciuti di un terzo, da 200.000 a 300.000.
E’ probabile che, se il Leader israeliano avesse accettato
la piattaforma “Due Stati Due popoli”, che avrebbe consentito il rilancio del
negoziato con i palestinesi dal punto cui era giunto Olmert, ci sarebbe stato
un maggior margine di tolleranza, per non turbare il clima delle trattative. Ma
dal momento che sulla questione di principio il governo israeliano non ha
voluto transigere, è sui suoi comportamenti concreti che si è concentrata
l’attenzione.
Il richiamo alle precedenti amministrazioni USA fa
riferimento alle dure discussioni seguite al vertice tra i due leader, in particolare
durante un incontro a Londra, in cui Mitchell, l’inviato speciale per il Medio
Oriente di Obama, ha chiarito alla delegazione israeliana, capeggiata dal Vice
Premier Dan Meridor, che la attuale Amministrazione non si sente affatto
obbligata dai presunti “accordi orali” con Bush, rivendicati dagli israeliani,
in base ai quali era di fatto consentita la crescita naturale negli
insediamenti al di qua del muro, e in maniera illimitata di quelli nell’area di
Gerusalemme, mentre per quelli al di là del muro venivano previste limitazioni
più strette. La delegazione americana ha dichiarato altresì di non sentirsi
vincolata dalla famosa lettera di Bush a Sharon, dell’aprile 2004, in cui si
faceva riferimento alla necessità di tener conto dell’esistenza dei maggiori
blocchi di insediamenti nell’ambito del negoziato di pace finale, anche se
Mitchell non ha mancato di ricordare che in quella lettera si stabiliva che per
essi si sarebbe dovuto procedere in base a “scambi territoriali mutuamente
concordati”, ed anche che la stessa lettera faceva esplicito riferimento al
principio dei Due Stati.
Obama, nella sua intervista, ha affermato di ritenere che la
corrente traiettoria delle cose nella regione è profondamente negativa, non
solo per gli interessi di Israele, ma anche per quelli degli USA, e che Lo
Status quo è insostenibile, anche per la stessa sicurezza di Israele.
“Dobbiamo mantenere un costante convincimento, ha aggiunto, sulla possibilità
di negoziati che portino alla pace, e io ho affermato che un congelamento degli
insediamenti fa parte di questo processo”.
Alla domanda su quali misure la sua Amministrazione
intendesse prendere di fronte al rifiuto
israeliano di accettare tale congelamento, egli ha risposto che è troppo presto
per rispondere, ma non ha escluso che si vada in quella direzione.
Secondo anticipazioni dei maggiori quotidiani USA, in realtà
si comincia a prendere in esame la possibilità che in sede di Consiglio di
Sicurezza l’opposizione statunitense si faccia meno automatica, di fronte a proposte
non favorevoli ad israele; qualcuno ricorda la possibilità di intervenire sulle
garanzie sui prestiti contratti dal Governo israeliano, come già fece Bush
padre nei confronti di Shamir.
Altre misure sono in esame, come un rallentamento nella
fornitura di parti di ricambio per gli armamenti o delle stesse munizioni.
Nessuno, negli Usa, vuole mettere in discussione il
carattere strategico dell’alleanza con Israele o l’impegno per la sua
sicurezza, ma il sostegno è destinato ad essere meno incondizionato e meno
esclusivo.
Netanyahu ora si trova di fronte a una scelta difficile, e
forse impossibile: il congelamento degli insediamenti metterebbe in discussione
la sua coalizione, la continuazione della loro espansione l’asse strategico con
gli USA. La furbizia, questa volta, non basta.