Questi negoziati di “prossimità”
tra israeliani e palestinesi, negoziati indiretti mediati dagli USA, che gli
Stati Uniti erano riusciti a mettere in piedi dopo mesi di defatiganti
peregrinazioni del loro Inviato Speciale nell’area George Mitchell, non potevano davvero avviarsi in
condizioni peggiori.
Il Ministro dell’Interno
israeliano, Eli Yishai, non ha neanche atteso la partenza del
Vice Presidente statunitense, Joe Biden, per comunicare la avvenuta concessione
dei permessi di costruzione di altri 1600 appartamenti nel sobborgo di Ramat
Shlomo, a Gerusalemme Est, la parte araba della città, considerata capitale
unica e indivisibile di Israele.
La reazione di
Biden, che ha visto in quella decisione una vera e propria provocazione rivolta
contro la sua persona e la sua visita, non si è fatta attendere, ed egli ha
bollato la notizia come un atto che faceva venire meno la fiducia, necessaria
per rilanciare le stesse trattative.
Che si sia trattato
di uno sgambetto del partito religioso Shas, cui Yishai appartiene, o di un
atto voluto, la sostanza non cambia: il rilancio del negoziato non può essere
definita la priorità numero uno per Netanyahu.
Va detto che egli
non è nuovo a questa politica di zig-zag, per cui a aperture sul piano
diplomatico corrispondono iniziative volte a riconsolidare la sua coalizione, o
la sua stessa costituency elettorale. Iniziative, anche, volte a provocare
delle reazioni da parte palestinese, che vanifichino sul terreno le stesse
aperture diplomatiche, effettuate più che altro per ricucire con l’alleato
americano.
Così è stato, con
il suo discorso di Bar Ilan, del giugno scorso, dove alla accettazione della
piattaforma “Due stati Due popoli” veniva accoppiata la richiesta ai
palestinesi e al mondo arabo del riconoscimento del carattere ebraico di
Israele; al momento della proclamazione della moratoria di 10 mesi degli
insediamenti, quando contestualmente venivano rilasciate 3000 licenze di
costruzione per appartamenti già avviati o che avevano ottenuto i relativi
permessi; nel momento in cui veniva annunciata la possibilità della ripresa dei
negoziati indiretti, con l’annuncio della inclusione di due siti di Nablus e
Betlemme nella lista di quelli appartenenti al “cultural heritage” israeliano,
cosa che ha provocato una vasta reazione in tutto il mondo arabo, e la stessa
netta condanna degli USA. E ora l’annuncio di questi giorni.
Non sono mancati,
ad onor del vero, anche atti che andavano in direzione positiva, quale la
rimozione di numerosi blocchi stradali in Cisgiordania, che ha consentito una
maggior libertà di movimento ed è stata tra le cause essenziali della nuova
crescita economica registratasi in tale area nel 2009.
Ma la tendenza prevalente è stata l’altra, e ciò
è stato determinante nel generare il diffuso clima di sfiducia che circonda
questo stentata e indiretta ripresa negoziale.
Ma al di là di
quanto detto finora, l’elemento determinante è la consapevolezza che nel
momento in cui si riavvia il confronto negoziale, già così fragile, quelli che
ci si trova di fronte sono i nodi irrisolti del Final Status: Gerusalemme, i
confini, gli insediamenti, i rifugiati, l’acqua. E non pare che l’attuale
coalizione di governo israeliana possa andare molto lontano, su quelle strade.
D’altronde, a
novembre ci sono le elezioni di mezzo termine, negli USA, ed è improbabile che
Obama voglia pigiare sull’acceleratore dopo tutti questi mesi di sostanziale
surplace.
Netanyahu, dalla
sua passata esperienza diplomatica negli Stati Uniti, ha tratto una profonda
conoscenza degli ambienti politici di quel paese, e sa come manovrare, a suo
vantaggio, anche nella più difficile delle circostanze, come si è visto nei
primi mesi della presidenza Obama. Ma se
sul breve termine egli è stato in grado di ottenere dei successi tattici,
rinviando continuamente l’ora delle scelte, nel medio periodo tutto ciò viene
pagato da un crescente isolamento di Israele nel mondo, in Europa e negli
stessi Stati Uniti, da un appannamento della sua immagine e della sua stessa
credibilità. E questo può essere un prezzo molto duro, e molto pericoloso
soprattutto nel momento in cui sta venendo al pettine il nodo Iran.
Un’ultima
osservazione. Se lo scenario più probabile è quello di un negoziato che si
trascina senza arrivare al dunque, si pone il problema del che fare, in questi
mesi, per riempire questo vuoto tendenziale se non dichiarato. La cosa più
concreta appare l’appoggio, forte e concreto, al progetto del Primo ministro
palestinese Fayyad, che si propone di costruire lo Stato palestinese dal basso,
a partire dai successi già raggiunti nella ricostruzione delle istituzioni,
nella sicurezza, nella economia, e nella stessa assistenza ai settori più
disagiati.
Il Presidente
Shimon Peres, recentemente, lo ha chiamato il Ben Gurion palestinese. Un nome
impegnativo, da parte di un israeliano. In questa sfida, Fayyad non deve essere
lasciato solo, in particolare dall’Europa, perché nel vuoto, come si sa,
possono crescere le cose peggiori.