Il decalogo di proposte sull’Islam
in Italia e in Europa, da noi avanzate con la collaborazione di alcuni tra le
più autorevoli personalità che si occupano di questi problemi, rappresenta lo
sviluppo conseguente di una elaborazione e di un percorso avviati con il Convegno
Islam in Europa. Islam europeo
organizzato nel 2005 dal CIPMO, su impulso del Comune di Milano, di cui con
questa newsletter mettiamo a
disposizione gli atti. Si tratta, senza dubbio, di un corpus di materiali importanti, che viene posto a disposizione,
oltre che degli studiosi, degli opinion maker e dei decision maker.
L’Islam rappresenta oramai, dopo il Cristianesimo nelle sue diverse
confessioni, la seconda religione in Europa e in Italia e non può quindi essere
visto come un fenomeno “altro”, esterno, da contenere o da contrastare.
Dell’Europa esso è parte, e le questioni che la sua presenza pone attengono
alle dinamiche complessive dello sviluppo civile e sociale del continente.
Il focus prescelto, quello della nuova e sempre più rilevante presenza
islamica in Europa, ha consentito di scandagliare la problematica nei suoi
diversi aspetti, culturali, sociali, giuridici ed educativi, cercando sia di
analizzare a fondo la situazione esistente, sia di individuare le tendenze
possibili.
Il binomio Islam in Europa – Islam Europeo mette l’accento specificamente
su questo possibile divenire della realtà islamica del nostro continente, se
cioè l’ambiente europeo possa avere influenza sulla stessa percorso identitario
di questo Islam, producendo fermenti di adattamento, maturazione,
trasformazione, arricchimento, possibile contaminazione di culture e civiltà.
I processi di osmosi culturale e ideale, infatti, non sono mai a senso
unico. Come la civiltà europea viene influenzata intimamente dalla presenza
così estesa di cittadini e di residenti
di fede musulmana, così l’ambiente europeo, le sue tradizioni culturali e
politiche, il pluralismo che caratterizza le sue società, esercitano una influenza
certo non secondaria sugli sviluppi del pensiero islamico, sia in Europa che
nelle limitrofe aree culturali.
Le religioni, infatti, non sono corpi immobili ed impermeabili al contesto
in cui si sviluppano, e molti oggi cominciano a parlare di un Islam europeo, in
qualche modo effetto della presenza di masse così estese di musulmani in
Europa, e comunque portato e riflesso della tradizione e della cultura europee
sul pensiero islamico.
L’Islam, dunque, come fenomeno interno all’Europa, non solo fattore di pressione
e sfida esterne. Costitutivo, insieme alle più antiche radici cristiane ed
ebraiche, della odierna identità del continente. Un processo che con la
possibile futura integrazione della Turchia nella UE potrebbe assumere dimensioni
ancora più rilevanti, come ha reso ancora più evidente la recente e così
importante missione di Papa Benedetto
XVI in quel paese.
Ma contestualmente questo nostro Islam è parte dell’Islam globale, e quindi
il rapporto con esso è parte di una più complessiva interlocuzione di mondi,
civiltà, religioni.
L’Islam Europeo può quindi essere ponte e interprete per favorire il
dialogo tra Europa e Islam globale, come può essere veicolo e amplificatore del
disagio di quelle minoranze islamiche che si sentono emarginate o che rifiutano
l’integrazione. Un disagio che può arrivare fino all’atto terroristico,
all’identificazione con il modello qaedista.
Le bombe sulla metropolitana di Londra, la rivolta delle banlieues
parigine, il contagio globale scaturito dalle vignette satiriche danesi, le
razioni al discorso papale di Ratisbona, ci dicono bene le possibili derive cui
il nostro mondo, la società europea si trovano a fare fronte.
Rispetto a tali rischi, va certo bandito ogni atteggiamento buonista o di
superficiale condiscendenza, garantendo il necessario rigore nel prevenire e se
necessario reprimere degenerazioni sempre possibili.
Ma la sfida, il metro di misura essenziale, sono rappresentati in primo
luogo dalla costruzione di una convivenza tra cittadini eguali, cui sia
garantito il rispetto delle rispettive identità, insieme alla prospettiva di
una piena e se necessario assistita integrazione sociale, in particolare per
quanto riguarda la sempre più larga componente di immigrazione recente; ed in
secondo luogo da un approccio che alle
diverse fedi religiose (ed anche a coloro che religiosi non sono), alle diverse
identità e culture assicuri una uguaglianza reale; ma che si proponga anche la
necessaria permeabilità e la reciproca contaminazione, la più larga possibile, in
modo che queste identità non divengano monadi chiuse ed autoreferenziate, in un
processo di compartimentazione rigida e di sostanziale segmentazione e
tendenziale rottura della società e
della struttura civile.