La richiesta avanzata dalla Amministrazione
Obama al Congresso di emendare la legge che concede finanziamenti federali ai
palestinesi, in modo che essi possano riceverli anche se formano un coalizione
unitaria di governo insieme ad Hamas, è un passo di notevole rilievo.
Ancora nei giorni scorsi Hillary Clinton aveva
ribadito che ogni finanziamento per la ricostruzione di Gaza (lo stanziamento
annunciato dagli USA è di 900 milioni di dollari) era vincolato al fatto che ne
restasse esclusa ogni partecipazione di Hamas, a meno che l’organizzazione
islamica non accettasse le tre condizioni poste dal Quartetto (USA,
Russia, Unione Europea e ONU) con la richiesta di riconoscere Israele, di
rinunciare alla violenza e di accettare gli accordi precedentemente firmati dall’OLP.
Queste condizioni, che erano state dettate subito dopo la
vittoria di Hamas alle elezioni del gennaio 2006, gli hanno steso un cordone sanitario
intorno, hanno di fatto impedito il consolidamento del governo di unità nazionale
nato nel febbraio 2007, in seguito agli accordi raggiunti alla Mecca tra Fatah
e Hamas, sotto il patrocinio dell’Arabia Saudita, e sono state una delle
motivazioni che hanno spinto Hamas al colpo di forza militare del giugno
successivo, con la estromissione degli uomini fedeli ad Abu Mazen dalla
Striscia.
In questi anni, tuttavia, la Comunità internazionale è
andata convincendosi che non si può prescindere da un rapporto con Hamas, se si
vuole coinvolgere l’intero movimento palestinese nel processo negoziale.
Segnali di apertura sono venuti dai massimi esponenti del governo francese, che
hanno accennato alla possibilità di attenuare alcune di tali condizioni, in
particolare quella sul riconoscimento di Israele, attraverso un richiamo al
Piano arabo del 2002, che prevede il riconoscimento da parte di tutti gli Stati
arabi se Israele restituisce i territori arabi occupati, e accetta la creazione
di uno Stato palestinese. Un riconoscimento, quindi, da prevedere al termine
del processo negoziale e non come sua pregiudiziale.
Molti, ancora, come le dieci personalità statunitensi che
hanno recentemente trasmesso
un importante documento a Obama,
si richiamano
alle modalità previste dall’accordo della Mecca, che affidavano a Abu Mazen il
mandato di portare a termine il negoziato sul Final Status, da sottoporre poi a
referendum in caso di conclusione positiva.
D’altronde, la stessa risoluzione 1860 del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU, relativa alla recente guerra di Gaza, esprime appoggio ai
tentativi egiziani di favorire una riconciliazione interpalestinese e la
formazione di un governo di unità nazionale, senza fare alcun accenno alle tre
condizioni.
Molto significativa la difesa che la Clinton ha fatto della
nuova proposta, dicendo che gli USA hanno continuato hanno continuato a finanziare
altri governi in cui sono inclusi gruppi definiti come terroristi, incluso il
governo libanese che comprende rappresentanti di Hezbollah.
Sembrerebbe quindi che si tratti di un nuovo significativo
passo di Obama, di cui sicuramente il Presidente potrà parlare con Netanyahu in
occasione della prossima visita alla Casa Bianca.