Si stanno facendo frenetiche le
anticipazioni sul rilascio del caporale israeliano Shalit, rapito da Hamas nel
2006, in cambio di un alto numero di prigionieri palestinesi, anche macchiatisi
di gravi atti di terrorismo. Tra i rilasciati, dovrebbe esserci anche Marwan
Barghouti, il leader della seconda intifada condannato a cinque ergastoli.
Lo scambio ha subito in questi
giorni una battuta di arresto, almeno fino a lunedì, alla conclusione della
festa musulmana di Id al-Adha, e non è sicuro, perché già altre
volte si è bloccato all’ultimo minuto. Ma è interessante riflettere sulle sue
possibili conseguenze nella complicata bilancia strategica mediorientale.
Barghouti, prima
di tutto. E’ il leader della cosiddetta “giovane generazione” e tra i primi
eletti al Comitato Centrale nel recente congresso di Fatah. Può aspirare alla
successione di Mahmud Abbas (Abu Mazen), e che ha già annunciato, se liberato,
di voler concorrere per le future elezioni presidenziali, quando sarà possibile
tenerle.
Egli ha sempre
propugnato la necessità di un accordo con Israele, basato sulla soluzione “Due
stati due popoli” e sulla costruzione di uno Stato palestinese entro i confini
del ’67, con Gerusalemme Est come capitale. Ma ha sempre sostenuto la necessità
di non puntare tutto solo sulla diplomazia, di affiancare al negoziato la lotta
popolare, senza escludere quella militare, anche se in questa fase preferisce
fare appello ad una resistenza di massa e pacifica.
Sul piano
politico, quindi, egli è lontano da Hamas, ma sul terreno della lotta ha punti
di convergenza e di possibile alleanza con l’organizzazione islamica. Egli ha
d’altronde sempre sostenuto la necessità di una ricomposizione della frattura
interpalestinese, ed è stato il promotore, nel maggio 2006, del “documento dei
prigionieri”, insieme ad esponenti di Hamas e delle principali fazioni
palestinesi in prigione come lui: un documento essenziale, le cui linee furono
poi recepite nell’accordo della Mecca tra Fatah e Hamas, nel febbraio 2007, che
diede vita al successivo Governo di unità nazionale, crollato dopo pochi mesi,
a giugno, con il colpo militare di Hamas a Gaza.
Per Barghouti,
quindi, la ricomposizione della unità interpalestinese è preliminare rispetto
all’avvio delle trattative con Israele, perché solo così il negoziato sarà
rimesso sulle gambe, e potrà essere reale, efficace e rispettato. Il leader
palestinese è stato sempre un teorico della diplomazia dal basso, e non è un
caso che anche in questi giorni appoggi la proposta del Premier palestinese
Fayyad, di costruire dal basso, in due
anni, il futuro Stato palestinese. Ma egli è anche un realista, convinto che
con il nemico si debba parlare, seriamente: fu lui a guidare la delegazione di
Al Fatah al seminario riservato con il Likud, che chi scrive organizzò con il CIPMO a Milano,
nel ’98, e consentì l’apertura di canali riservati tra Netanyahu e Arafat, per
l’accordo di Wyie Plantation e il ritiro parziale da Hebron.
Ma quali saranno
le conseguenze, se Barghouti sarà rilasciato ad Hamas, e non ad Abu Mazen, come
tante volte richiesto dall’ANP (anche se non si sa, va detto, con quanta
convinzione)? Quali spostamenti questo produrrà negli equilibri interni a
Fatah, e nel rapporto di forza tra Hamas e Fatah? Perché Netanyahu e fa questa
scelta, ignorando la richiesta di tanti leader e ministri israeliani, tra cui
lo stesso Presidente della Knesset, Reuven Rivlin (molti di essi avevano
partecipato all’incontro di Milano), di consegnare il prigioniero a Abu Mazen,
per rafforzare Al Fatah e renderne possibile il rilancio?
D’altra parte,
l’eventuale accordo tra Israele e Hamas non si limiterebbe al puro scambio di
prigionieri, e dovrebbe contemplare altri aspetti, scritti o taciti,
relativamente alla fine del blocco economico di Gaza e alla riapertura delle
frontiere della Striscia, a cominciare da quella con l’Egitto. Di fatto, una
stabilizzazione della tregua, ma anche del controllo di Hamas su Gaza, che
indebolirebbe ulteriormente l’ANP. Tra le ragioni del rinvio, vi sarebbe quindi
anche il tentativo egiziano di far rientrare Abu Mazen nella partita,
assicurando un ritorno delle guardie di frontiera a lui fedeli a controllare i valichi, sia pure con qualche
presenza delle forze di Hamas a distanza ravvicinata.
Anche per questo
si assiste ad un frenetico tentativo degli USA, volto a spingere Netanyahu a
fare nuove concessioni al Presidente dell’ANP, che consentano la riapertura del
negoziato israelo-palestinese, proprio mentre sceglie di rilanciare la
trattativa per quanto indiretta con Hamas. E’ in questo quadro che si colloca
la proposta israeliana di questi giorni, di congelare per 10 mesi gli insediamenti
in Cisgiordania (escludendo Gerusalemme Est, le 3000 abitazioni già in
costruzione o che abbiano già il permesso di costruzione, nonché gli edifici
pubblici come sinagoghe, scuole etc.). Una proposta che è già stata ritenuta vecchia
e insufficiente dalla leadership palestinese.
Se lo scambio
dovesse andare a buon fine, è d’altronde probabile che potrebbe ripartire su
nuove basi anche il negoziato interpalestinese, sulla base della proposta di
accordo avanzata dagli egiziani, e finora respinta da Hamas. L’organizzazione
islamica, che uscirebbe molto rafforzata dall’esito di quello scambio, e quindi
dal risultato ottenuto con il rapimento Shalit, potrebbe più facilmente
accettare di firmare l’intesa con Al Fatah, entro cui la voce di Marwan
Barghouti, libero, tornerebbe ad avere un ruolo sempre più determinante.