I due discorsi programmatici di Obama e di Netanyahu si
pongono ovviamente su due piani diversi: il Presidente USA si rivolgeva al
mondo, e specificamente al mondo mussulmano, e i riferimenti al conflitto mediorientale e ad Israele erano
strumentali allo scopo prioritario di aprire una nuova pagina con il mondo
islamico; il Premier israeliano si rivolgeva essenzialmente agli USA e agli
israeliani, ed i riferimenti ai palestinesi e agli arabi erano strumentali alla
raccolta del consenso interno e al recupero di un rapporto meno conflittuale
con gli USA.
Non che la vicinanza espressa dal leader statunitense al
popolo ebraico per le sue sofferenze e per le persecuzioni subite fossero
insincere o poco sentite: sotto questo aspetto, la visita del giorno dopo a
Buchenwald, accompagnato dal Nobel Elie Wiesel, è stata una naturale
continuazione dell’intervento de Il
Cairo, con l’appello al mondo arabo a respingere le tentazioni antisemite e le
ricorrenti posizioni negazioniste della Shoa, di cui Almadinejad è maestro. Si
potrebbe sostenere anche che egli ha teso a rassicurare l’opinione ebraica
americana sulla sua amicizia con il popolo ebraico complessivamente inteso, nel
momento stesso in cui più nettamente venivano espresse riserve sostanziali
verso le posizioni del nuovo Governo israeliano, sia rispetto all’opzione
strategica “due Stati per due popoli”, sia con la ribadita richiesta di
congelamento totale degli insediamenti (inclusa la cosiddetta crescita
naturale), di rimozione degli insediamenti non autorizzati, tante volte
promessa e mai attuata, e di allentamento del blocco economico e umano di Gaza.
Parallelamente, sentita è apparsa la vicinanza alla sofferta
esperienza storica palestinese, la cui lotta è stata avvicinata e comparata a
quella per l’emancipazione dei neri di America, di quegli afroamericani cui
Obama con fierezza rivendica l’appartenenza, anche per indicare come modello il
carattere civile e non violento della loro lotta.
In questo contesto, il fatto che il riferimento
all’esperienza della nakba palestinese sia stato posto nel discorso
subito dopo quello alla persecuzione nazista, pur non legittimando alcuna
comparazione in nessun modo accennata, non può essere ritenuto casuale. La
sofferenza parallela e diversa dei due popoli legittima la rispettiva
aspirazione a un loro focolare nazionale: un focolare ebraico, per gli uni, con
una significativa concessione alla rivendicazione del riconoscimento
internazionale e arabo di Israele in quanto Stato ebraico, ma anche un focolare
per i palestinesi, che gli Usa non abbandoneranno al loro destino, con il
ribadito sostegno alla creazione di un loro Stato.
La questione israele-palestinese, nel discorso del
Presidente, assume un rilievo centrale rispetto agli altri Stati mediorientali
ancora in conflitto, Siria e Libano, e anche rispetto allo stesso Piano arabo
di pace del 2002, che viene descritto come un primo importante passo, cui gli
Stati arabi devono farne seguire altri, in direzione del riconoscimento anche
graduale di Israele.
Si può affermare che i due interventi abbiano anche
rappresentato, per un certo verso, uno sviluppo dell’incontro alla Casa Bianca,
dato che Obama è stato più preciso e pressante nelle sue richieste, rendendo
necessaria e inevitabile una risposta di Netanyahu meno evasiva e generica.
Il leader israeliano ha dovuto quindi, sotto quella spinta,
pronunciare la parola aborrita, “Stato palestinese”, sia pure ogni volta con la
insistita precisazione che tale Stato deve essere smilitarizzato.
Con ciò, egli ha raggiunto gli altri leader storici della
destra, da Sharon a Olmert alla stessa Livni, nella rinuncia alla
rivendicazione integrale del “Grande Israele”, ma attraverso un processo
profondamente diverso: per quelli, la rinuncia è maturata attraverso la
acquisita consapevolezza che tale scelta è essenziale per mantenere integro il
carattere ebraico e insieme democratico dello Stato, di fronte alla sfida
demografica palestinese.
Per Netanyahu al contrario si è trattato piuttosto di una
concessione effettuata in un’ottica prevalentemente mercantile, da ritardare il
più possibile per renderla più apprezzata, da circoscrivere al massimo, da
spendere intanto per allentare la pressione USA sugli insediamenti, per
prepararsi poi ad una trattativa di merito dura e senza sconti anticipati.
D’altronde, Netanyahu ha posto molte condizioni al suo sì:
quello palestinese deve essere non solo uno Stato smilitarizzato (una
limitazione peraltro presente già negli stessi parametri di Clinton, a Camp
David 2, e nello stesso Modello di Accordo di Ginevra, e non respinta dai
palestinesi): Israele deve mantenere il controllo sul suo spazio aereo e
sull’accesso ai suoi confini; Gerusalemme deve restare capitale unica e
indivisibile di Israele; il problema dei rifugiati deve essere risolto al di
fuori di Israele, per non alterarne il carattere ebraico; arabi e palestinesi
devono riconoscere Israele come il focolare nazionale (national homeland) del
popolo ebraico: una richiesta, quest’ultima, che può avere come effetto pratico
l’internazionalizzazione della questione della minoranza arabo-israeliana, che
il mondo arabo non può abbandonare al suo destino senza tutela, senza garanzie
e senza riconoscimento.
Contraddittoriamente, dopo aver posto tutte queste condizioni, egli si è detto
pronto alla apertura immediata di trattative “senza precondizioni” con i
palestinesi e gli arabi.
L’apertura del premier israeliano, tuttavia, è innegabile, e
qualche risultato, va detto, lo ha ottenuto. Il suo discorso è stato salutato
come un importante passo in avanti, anche se ancora insufficiente da Obama,
seguito dai principali leader europei, e pare già che nei successivi incontri
con Mitchell, l’inviato speciale USA in Medio Oriente, si comincino a
individuare possibili attenuazioni nel congelamento degli insediamenti, almeno
per gli appalti già firmati e per le abitazioni già acquistate. Altissimo è
stato l’indice di gradimento della opinione pubblica israeliana, verso questo
discorso che ha ricollocato Netanyahu al centro dello spettro politico del
paese.
Resta a vedere come procederà ora Obama, quando ai primi
di luglio presenterà la sua proposta per il Medio Oriente, dopo aver esaurito
il ciclo di consultazioni con i maggiori protagonisti dell’area.
Molto dipende dall’evoluzione dello scenario più
complessivo, dall’Afghanistan al Pakistan, allo stesso Iran. Sotto questo
aspetto, l’ esito delle elezioni di questo paese, che è andato nel senso degli
auspici israeliani piuttosto che di quelli americani, può contribuire a offrire
qualche margine in più alla capacità di ascolto che potrebbero conseguire
le posizioni di Gerusalemme.