Capita raramente
che si elabori una idea, apparentemente bizzarra, e che poi alla prova dei
fatti quella idea si riveli piena di sostanza e suscettibile di sviluppi
estremamente interessanti.
Immaginare che ci fosse un qualche nesso tra i
cittadini tedeschi dell'Alto Adige, dal reddito più alto d'Europa e cresciuti
mangiando spesso e volentieri maiale cucinato in mille maniere, e i palestinesi
israeliani di Nazareth o di Haifa, certo non ugualmente ricchi e in prevalenza
musulmani, richiede sicuramente una grande fantasia. Ma alla prova dei fatti il
problema della identità culturale ed etnica ha accomunato l'esperienza di
queste due minoranze, producendo uno di quei felici corto circuiti che la
storia a volte ci propina.
In questi giorni
arriva a Bolzano una missione di circa 30 rappresentanti israeliani, sia arabi
che ebrei, per studiare l’esperienza delle minoranze tedesca e ladina nel Sud
Tirolo, nel loro rapporto con lo Stato italiano, dal punto di vista storico,
politico e sociale.
La delegazione, ospitata
dalla Provincia Autonoma di Bolzano, è promossa dal CIPMO - Centro Italiano per
la Pace in Medio Oriente.
Una delegazione
analoga, composta da studiosi, era già venuta a Bolzano nel maggio 2008, e si
era rivelata un successo, dato che tutti i partecipanti avevano rilevato nella
esperienza del Sud Tirolo elementi di grandissimo interesse. Quella attuale
costituisce un ulteriore salto di qualità, perché riunisce rappresentanti delle
più prestigiose ONG israeliane, arabe e ebraiche, che si occupano della
minoranza arabo-israeliana e della convivenza tra arabi e ebrei nello Stato di
Israele.
Lo scopo della
missione è semplice : mettere a confronto la situazione della minoranza arabo-palestinese
in Israele con quella minoranza tedesca nella Provincia di Bolzano.
Una minoranza,
quest’ultima, che non solo gode di uguali diritti come cittadini italiani, ma
anche di specifici diritti aggiuntivi, "positivi" è stato detto, in
quanto minoranza e a salvaguardia della sua identità, secondo quanto sancito
dall’articolo 6 della stessa Costituzione Italiana. Diritti che prevedono
un’ampia autonomia
finanziaria, la proporzione nel pubblico impiego, l’uso paritario delle due
lingue, la gestione delle scuole. Una concezione, quella italiana, che
non vede le minoranze come un pericolo per l'unita' dello stato, da controllare
o sopportare, ma come una realtà da riconoscere e proteggere, facendone così un
fattore di arricchimento della società, arrivando per questa via a rafforzare
la stessa unità del paese.
La minoranza arabo-israeliana,
al contrario, si trova di fronte a gravi problemi, sia in termini di
uguaglianza di diritti, che di identità complessiva, in uno Stato che si
definisce ebraico e vuole essere riconosciuto come tale dagli Stati arabi e a
livello internazionale.
La popolazione
arabo-palestinese costituisce il 20% dello Stato di Israele, ed è a tutti gli effetti una minoranza etnica, parte di una
popolazione originaria preesistente alla stessa nascita dello Stato. Ha
teoricamente uguali diritti rispetto agli altri cittadini, anche se permangono
gravi ineguaglianze in relazione ai finanziamenti di cui fruiscono i municipi
arabi, agli accessi ai più alti livelli dell’istruzione, alle possibilità di
lavoro e di carriera. Ma non gode di alcuna forma di riconoscimento collettivo,
in quanto minoranza.
Essa è oggi
sottoposta ad una forte pressione, da parte di alcuni partiti che formano la
attuale maggioranza di governo: Yisrael Beiteinu, il
partito della ultradestra laica diretto dal Ministro degli Esteri
Lieberman, che ha ottenuto un sorprendente successo
alle ultime elezioni, ne ha fatto uno dei temi centrali della sua piattaforma,
con lo slogan ”No citizenship without
loyalty”, niente cittadinanza senza lealtà. Esso reclama una sorta di
giuramento di fedeltà allo Stato ebraico da parte di questi cittadini che ebrei
non sono e propone anche uno scambio tra i territori israeliani più densamente
popolati dagli arabi, come la Galilea e il cosiddetto Triangolo, con le aree
della Cisgiordania ove sono stati costruiti i maggiori insediamenti ebraici.
Questo anche per garantire il carattere ebraico di Israele, risolvendo così la
sfida demografica che il più alto tasso di natalità della popolazione araba
pone.
Ma
come si può chiedere agli arabi israeliani di essere leali ad uno Stato ebraico
che sostanzialmente misconosce la loro stessa identità?
Tutto
ciò in realtà rende ancora più urgente una questione ineludibile, e cioè
proprio quello del riconoscimento, dentro Israele, dello status collettivo della minoranza araba, e della sua tutela con
specifiche azioni positive.
Vi è anche un altro
parallelo possibile con la situazione del Sud Tirolo: quello tra la popolazione
ebraica della Galilea e del Triangolo, e la popolazione di origine italiana in
Provincia di Bolzano, che rappresenta il 20% del totale degli abitanti. Una
minoranza che è invece schiacciante maggioranza a livello nazionale, ove invece
i tedeschi rappresentano lo 0,5% della popolazione totale. In Galilea la
situazione è differente, perché le due popolazioni sono più o meno
numericamente alla pari, ma a livello nazionale i palestinesi rappresentano il
20%, e quindi il problema del loro riconoscimento come minoranza nazionale pone
problemi assai più rilevanti. Ciò tuttavia rafforza e non indebolisce
l'indifferibile esigenza di tale riconoscimento, perché non si può
marginalizzare una componente così alta della popolazione, se non a costo di
innescare processi esplosivi, con rischi enormi per la tenuta e la stessa
sopravvivenza del paese.
Un altro spunto di
riflessione è la situazione della piccola minoranza ladina di questa provincia,
che conta 30.000 abitanti rispetto ai 300.000 tedeschi: la tutela si estende
anche a loro, analogamente a quanto potrebbe essere fatto in Israele per i
drusi o i beduini.
Il riconoscimento di tali diritti alla minoranza
tedesca è stato concordato, dopo la seconda guerra mondiale, con l’Austria, che
di tale minoranza costituisce storicamente nazione di riferimento.
A questo proposito, un ulteriore elemento rilevante è l’avvenuto
rilascio all’Italia, da parte dell’Austria, della “Clausola liberatoria”, che
riconosceva l’adempimento di tutte le intese concordate, in base al Trattato De
Gasperi-Gruber del 1946, e quindi la cessazione di ogni controversia: un
precedente che può essere significativo riguardo alla richiesta israeliana di
dichiarazione di “End of Claims”
(fine delle rivendicazioni), che dovrebbe essere collegata al possibile accordo
di pace israelo-palestinese.
Un altro punto interessante, da un punto di
vista storico, è l’introduzione nella Costituzione austriaca del divieto,
imposto dalle potenze vincitrici, di ogni rivendicazione di irredentismo, di
richiesta cioè di restituzione dei territori ex austriaci perduti alla fine
della guerra: anche questo un elemento che potrebbe essere utilizzato nella
stesura di un futuro accordo di pace tra israeliani e palestinesi.
Va detto altresì
che l’ingresso dell’Austria nella Unione Europea nel 1995 e la relativa libera
circolazione tra gli Stati membri hanno fortemente contribuito a stemperare le
tensioni riguardanti i confini nazionali nel più ampio contesto.
Per
concludere, se Israele vuole conservare il suo carattere di Stato ebraico,
l’unica via realistica pare quella di riconoscere e tutelare la sua minoranza
araba in quanto tale, e insieme di procedere speditamente sulla via della pace,
accettando la creazione di uno Stato palestinese al suo fianco.
Su un piano più vasto,
infatti, gli arabi israeliani, o per meglio dire i
palestinesi israeliani come oramai scelgono di chiamarsi, sono e si sentono
parte del popolo palestinese, e della sua storia tormentata.
Se
il problema della loro esistenza, in uno Stato che si definisce ebraico, passa per il loro riconoscimento come
minoranza etnica, tutelata da diritti collettivi, la loro aspirazione nazionale
in quanto popolo può essere soddisfatta solo attraverso la creazione di uno
Stato palestinese, al fianco di Israele, a cui tuttavia essi possano guardare:
così come gli ebrei della diaspora possono essere cittadini leali dei loro
paesi, e guardare a Israele come riferimento per le loro aspirazioni nazionali
in quanto popolo. E d’altra parte sarebbe illusorio pensare di poter
raggiungere una pace stabile, tra israeliani e palestinesi, ignorando o
trascurando il nodo della minoranza arabo-israeliana.
Il
suo riconoscimento e la sua tutela pare l’unica soluzione intermedia, l’unico
“compromesso” percorribile, se si vogliono evitare improbabili tentativi di
assimilazione forzosa o ancor più pericolose derive fondamentalistiche: l’unica alternativa realistica alla
trasformazione di Israele in uno Stato fondato sull’apartheid, o all’affermarsi della proposta di uno Stato israeliano
di tutti i cittadini, privo di caratteristiche ebraiche, o di uno Stato unico
binazionale su tutta la Palestina storica. Lo studio dell’esperienza del Sud
Tirolo può dare un contributo importante in questa direzione.