Ad Annapolis sarà presente infine anche l’Arabia Saudita,
con il suo ministro degli Esteri, il Principe Saud al-Faisal. Si
tratta di un annuncio importante, che assicura un nuovo rilievo a questo
vertice. Ma durante i lavori, ha annunciato Abu Mazen, non sarà approvata
nessuna dichiarazione congiunta, malgrado tutto il lavoro preparatorio fatto in
questi mesi. Si tratta di due notizie contrastanti, che danno il quadro del
clima di incertezza creatosi.
Il vertice era stato convocato da Bush come
reazione al colpo di Hamas a Gaza e per rafforzare Abu Mazen. La dissoluzione del governo di unità nazionale e
la formazione di un esecutivo di emergenza senza Hamas venivano vissute dagli Usa
e da Israele come una opportunità da non mancare. Il vertice quindi era stato
concepito come una chiamata dei buoni contro i cattivi: Hamas, Hezbollah, i
siriani e naturalmente gli iraniani e Al Qaeda. Ma questo schema ha fatto
presto naufragio.
Innanzi tutto, era impensabile che l’Arabia
saudita e gli altri Stati arabi moderati potessero accettare l’esclusione
pregiudiziale della Siria, in contrasto
con il Piano arabo di pace, che prevede la pace tra Israele e tutti gli Stati
arabi.
Ma l’elemento essenziale è stato che le
speranze iniziali di un rapido decollo dei negoziati israelo-palestinesi si
sono presto arenate: malgrado i positivi incontri periodici tra Olmert e Abu
Mazen e le aperture iniziali del Vice
Premier israeliano Haim Ramon, su Gerusalemme, sui confini, ed anche sui
rifugiati, è stato ben presto chiaro che il Governo israeliano non era in grado
di reggere quelle sue avances, di
fronte alle minacce di crisi della destra di Yisrael Beitenu e dei religiosi
dello Shas e alle riserve dello stesso Barak.
Per evitare il naufragio, la scelta fatta è
stata quella di puntare non sulla dichiarazione congiunta, ma sull’apertura
stessa dei negoziati sul Final Status,
che dovrebbero concludersi prima della la scadenza del mandato presidenziale di
Bush.
Contestualmente, si cercherà di far decollare
misure parallele per rafforzare la fiducia, come l’annuncio del blocco degli
insediamenti, e da parte palestinese il rafforzamento dell’azione contro le
milizie armate in Cisgiordania.
In sostanza, quella che viene superata è la
concezione stessa della Road Map, il collo di bottiglia che l’aveva paralizzata:
mentre in essa l’adempimento delle misure di fiducia, previste nella prima
fase, era preliminare all’apertura dei negoziati finali, previsti nella terza,
ora le due componenti sono destinate a viaggiare in parallelo, anche se la
implementazione dell’accordo finale è subordinata al raggiungimento degli
obbiettivi previsti per la prima fase. Della seconda fase, che prevedeva la
creazione di uno Stato palestinese entro confini provvisori (che i palestinesi
temevano potessero divenire definitivi), per ora non si parla più.
L’altro aspetto rilevante è il rafforzamento
del quadro arabo di accompagnamento, testimoniato dalla presenza saudita. La
fragilità palestinese e il sostanziale superamento della Road Map rendono
sempre più evidente che l’unica proposta sul tappeto è il Piano arabo di pace.
Coinvolgere la Siria nel negoziato pare quindi
una scelta essenziale per superare l’impasse mediorientale, e sempre più
numerose sono le voci in Israele, compreso lo stesso Barak, che sostengono che
il negoziato con Damasco è meno complesso e potenzialmente più stabilizzante
rispetto a quello aperto con Abu Mazen.
I siriani, d’altronde, sono ancora incerti
se partecipare, ed insistono perché nell’agenda dell’incontro venga fatto
riferimento al negoziato sul Golan, ma certo la decisione di Ryad li spiazza e
li mette di fronte al fatto compiuto, ed è quindi probabile che anch’essi
finiranno per essere della partita, a qualche livello, per non restare isolati
e non perdere l’occasione di far pesare le loro ragioni.
Quanto ai palestinesi, appare evidente che
subito dopo Annapolis il tema della ricomposizione della frattura interna con
Hamas è destinata a ritornare alla ribalta. A ciò spingono anche i principali
Stati arabi a cominciare dall’Arabia Saudita e dagli egiziani: Un accordo che
coinvolgesse solo Al Fatah sarebbe scritto sulla sabbia, e non si può pensare
di creare uno Stato palestinese senza Gaza. Israele dovrebbe prenderne atto,
evitando di minacciare l’interruzione dei negoziati se i palestinesi
arrivassero a ripristinare gli accordi della Mecca e a ricostituire un Governo
di Unità nazionale, uno sviluppo che la comunità internazionale dovrebbe
favorire e non boicottare.