Venti anni fa, nel
novembre 1989, nasceva a Milano il Centro Italiano per la Pace in Medio
Oriente, su iniziativa della Regione Lombardia, del Comune e della Provincia di
Milano come Enti fondatori, cui si sta aggiungendo in questi giorni anche la
Camera di Commercio di Milano. Tra i promotori, vi era inoltre un significativo
gruppo di personalità di vario orientamento politico e culturale tra cui
l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e la Senatrice e
Premio Nobel Rita Levi Montalcini, da quel momento nostra Presidente Onoraria.
L’idea fu quella di non creare un
Centro di parte, all’interno dello schieramento politico italiano, perché la
ricerca della pace in Medio Oriente non è e non deve essere di destra o di
sinistra. Il nostro è un Centro al
servizio del Sistema paese, come testimonia il riconoscimento quale Ente
internazionalistico di interesse nazionale del Ministero degli Esteri Italiano.
Né abbiamo voluto creare una lobby, filoisraeliana o
filopalestinese, sia pure aperta al dialogo con l’altra parte. Abbiamo coniato
noi il termine “equivicinanza”, che poi è stato ripreso da tanti, intendendo
con ciò non una impossibile equidistanza sulla necessità che l’occupazione
dovesse avere termine o che l’esistenza o la sicurezza di Israele dovessero
essere garantite, ma la esigenza assoluta di partire dalle sofferenze e dalle
esigenze profonde dei due popoli, che non possono essere ignorate se si vuole
costruire una pace vera. Le diplomazie, come si è purtroppo visto, non bastano.
La nostra Conferenza internazionale di apertura, “Israeliani/Palestinesi.
In cammino verso la pace”, vide allora riunite circa settanta personalità
israeliane, palestinesi, arabe e internazionali, rompendo consolidati tabù:
allora la legge del loro paese impediva ancora agli israeliani di incontrare
esponenti dell’OLP. Ricordo ancora la conferenza stampa conclusiva, con
Shulamit Aloni e Lova Eliav, membri della Knesset, a fianco di Yasser Abed
Rabbo dell’OLP, e chi scrive in mezzo, a fare da chador (come disse Shulamit), permettendo loro di stare allo stesso
tavolo.
A quella conferenza erano presenti anche tanti palestinesi
dell’interno, guidati dal loro grande leader Feisal El Husseini, purtroppo
scomparso nel 2001.
Dopo di quella realizzammo altre due conferenze internazionali,
nel ’91 e nel ’93, nelle quali si crearono contatti che furono utili anche ai
fini dei negoziati segreti di Oslo.
Dopo quegli accordi, abbiamo preferito organizzare incontri
più piccoli e riservati, seminari tra israeliani, palestinesi e arabi, di poche
persone, su temi specifici connessi al negoziato finale, come il problema di
Gerusalemme.
Fra questi, forse il più significativo fu quello Likud-Fatah,
del ’98, il primo al mondo di quel genere, che vide insieme come capi
delegazione Meir Sheetrit, che poi è stato Ministro degli Interni israeliano, e
Marwan Barghouti, futuro leader della seconda intifada, oggi in carcere. Il
seminario fu di grande utilità, perché creò canali tra Arafat e Netanyahu, per
arrivare agli accordi di Wyie Plantation e al parziale ritiro israeliano da
Hebron. Ma è importante sottolineare che quei contatti sono rimasti: non è
casuale che molte delle personalità israeliane che allora presero parte
all’incontro, da Meir Sheetrit, a Gideon Ezra, a Zeev Boim, a Reuven Rivlin, abbiano preso posizione per la liberazione
di Barghouti.
Altri seminari hanno avuto invece
un carattere più sociale, come quelli sui media (sui quali lavoriamo da anni
con finanziamenti della UE e di USAID), o tra insegnanti, tra donne, e ancora quelli
tra giovani leader (in questi giorni abbiamo organizzato a Roma il sesto), che
mettono a confronto giovani che spesso non hanno mai incontrato esponenti
dell’altro popolo, infrangendo incomunicabilità e pregiudizi e creando nuovi
stimoli a possibili collaborazioni.
Accanto a questo lavoro più
riservato, vi sono stati i grandi avvenimenti, come quello con la Regina Rania
di Giordania, del 2002 e il grande Convegno sull’Islam in Europa, del 2005, o
quello del prossimo dicembre a Torino, sui “Diritti e doveri di cittadinanza
dei Giovani Musulmani di seconda generazione”.
E le conferenze pubbliche,
culminate nel ciclo “Cattedra del Mediterraneo”, con la collaborazione dei
maggiori atenei milanesi, e la presenza di grandi personalità della cultura
europea e mediorientale e mediterranea, poi riunite in prestigiose
pubblicazioni.
Il CIPMO in tutto questo periodo è
infatti venuto gradualmente estendendo la sua iniziativa all’intera area
mediterranea, e ha individuato nelle tematiche legate all’Islam, in particolare
quello europeo, un filone permanente di interesse.
Infine, vi è l’attività del nostro
sito, www.cipmo.org, realizzato grazie al
contributo del nostro Ministero degli Esteri e della Fondazione CARIPLO, con le
connesse newsletter e CIPMOAnalisi, che raggiungono
quotidianamente pubblico largo anche se estremamente selezionato, e che si può
dire essere divenuto un perno essenziale della nostra attività.
Concludendo, vorrei dire che
quando siamo partiti, venti anni fa, le speranze erano grandi, ed anche le
illusioni. Abbiamo imparato quanto la strada per la pace sia disseminata di
ostacoli e di nemici, e siamo consapevoli che la situazione oggi si è fatta più
complessa. Tutti noi, oramai, sappiamo come è possibile fare la pace, ma
proprio per questo quanto essa sia difficile. Anche le speranze suscitate dal
Presidente Obama, all’inizio del suo mandato, si sono dovute scontrare con
queste difficoltà.
Ma noi siamo testardi, e riteniamo
che creare canali di comprensione e di dialogo, contribuire a far nascere anche
una sola idea utile per la pace, sia importante, e sia quanto possiamo
concretamente fare. Senza illusioni,
realisticamente, crediamo che costruire anche un centimetro verso la pace sia
la cosa più importante che un essere umano possa fare.