Maurizio Debanne
Di che pasta sono fatte le donne?
Le notizie dall’Iran ci raccontano di un loro ruolo chiave nelle manifestazioni
della rivoluzione verde. Nada, una ragazza
uccisa durante gli scontri, è diventata il simbolo della rivolta. Faezeh,
figlia maggiore di Rafsanjani, è stata arrestata e poi rilasciata. Quale invece
il ruolo delle donne in Medio Oriente? «In Israele e Palestina le donne stanno
incarnando sempre di più i valori del dialogo e del confronto. Siamo in prima
fila nel tessere trame di pace», rivendica Orit Zuaretz, parlamentare di Kadima,
il partito guidato da Tzipi Livni. Zuaretz era nei giorni scorsi a Torino per
partecipare a un seminario CIPMO, in collaborazione con l'Istituto Salvemini, dal titolo “Quando le donne parlano di pace”, promosso
dalla Regione Piemonte, dalla Compagnia di San Poalo, dalla Camera di Commercio di Torino e in collaborazione
con il Geneva Initiative di Israele e Palestina (Accordi di Ginevra). Al
seminario hanno preso parte quindici donne palestinesi e israeliane (giornaliste,
attiviste politiche, rappresentanti di ong) e i due direttori del Geneva
Initiative: l’israeliano Gadi Baltiansky e il palestinese Nidal Foqaha.
L’iniziativa arriva in un momento
di insperato ottimismo a seguito dell’insediamento dell’amministrazione Obama
negli Stati Uniti. «Il messaggio di Obama è semplice, ma ha dentro di sé una
forza incredibile. Il suo Yes we can si traduce in Medio Oriente con “la
pace è possibile”. Il suo discorso al Cairo non era rivolto al passato, bensì al
futuro», osserva Fadwa al-Sha'r, Direttore della Direzione generale per le ONG
del Ministero dell'Interno palestinese. «Gli Accordi di Ginevra sono la
testimonianza concreta del Yes we can obamiano. Questa intesa non è la
Bibbia per carità, ma è la dimostrazione che la pace è possibile, basta
volerla», è convinto Baltiansky.
Il complicato ed essenziale
lavoro diplomatico non è sufficiente. La pace non passa solo per le decisioni
dei leader, ma dall’accettazione di queste da parte dell’opinione pubblica. E
qui entrano in scena le donne. «La società civile deve far sentire la sua voce.
In particolare le donne sono chiamate a esprimere pienamente nel loro impegno
politico e sociale la loro specifica sensibilità umana e la volontà di
garantire un futuro ai loro figli», è l’invito di una delegata palestinese. «Il
protagonismo delle donne israeliane e palestinesi è essenziale per costruire un
processo di riconciliazione», osserva Yonit Ruchi, responsabile per il settore
Educazione del Geneva Initiative in Israele.
Al centro del seminario, oltre al
tema della pace, c’erano anche le questioni di genere. Su queste tematiche le
delegate si sono confrontate con una delegazione di donne piemontesi. Durante l’incontro
tutte le partecipanti hanno riscontrato una forte sintonia di vedute. «Molto
spesso è la società a dire quello che una donna deve fare e non. Mio fratello è
sempre stato incoraggiato a raggiungere i suoi obiettivi di carriera più di me.
Ma questo mi ha dato ancora più la forza
ad andare avanti», ha confessato una delegata israeliana. «Vedo molte donne che
vogliono veramente cambiare le cose ma non sempre hanno i mezzi per farlo. Noi
donne siamo però più predisposte al perdono», spiega una delegata palestinese
residente nella Striscia di Gaza.
L’intervento più toccante è stato
quello di una delegata israeliana immigrata dall’Etiopia. «È stato dura all’inizio
perché sono africana, per il colore della mia pelle. Non parlavo la lingua, e
anche il mio nome era diverso e difficile da pronunciare. Il problema più
grande sono gli stereotipi, si creano perché non c ‘è conoscenza l’uno dell’altro.
Io però sto facendo studiare ai miei figli l’arabo, gli sto insegnando a essere
israeliani e non immigrati, serviranno l’esercito ma voglio che conoscano le
ragioni dei nostri vicini palestinesi».