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02-07-2009
Quando le donne parlano di pace

Maurizio Debanne

torino2.jpgDi che pasta sono fatte le donne? Le notizie dall’Iran ci raccontano di un loro ruolo chiave nelle manifestazioni della rivoluzione verde. Nada, una ragazza uccisa durante gli scontri, è diventata il simbolo della rivolta. Faezeh, figlia maggiore di Rafsanjani, è stata arrestata e poi rilasciata. Quale invece il ruolo delle donne in Medio Oriente? «In Israele e Palestina le donne stanno incarnando sempre di più i valori del dialogo e del confronto. Siamo in prima fila nel tessere trame di pace», rivendica Orit Zuaretz, parlamentare di Kadima, il partito guidato da Tzipi Livni. Zuaretz era nei giorni scorsi a Torino per partecipare a un seminario CIPMO, in collaborazione con l'Istituto Salvemini, dal titolo “Quando le donne parlano di pace”, promosso dalla Regione Piemonte, dalla Compagnia di San Poalo, dalla Camera di Commercio di Torino e in collaborazione con il Geneva Initiative di Israele e Palestina (Accordi di Ginevra). Al seminario hanno preso parte quindici donne palestinesi e israeliane (giornaliste, attiviste politiche, rappresentanti di ong) e i due direttori del Geneva Initiative: l’israeliano Gadi Baltiansky e il palestinese Nidal Foqaha.

L’iniziativa arriva in un momento di insperato ottimismo a seguito dell’insediamento dell’amministrazione Obama negli Stati Uniti. «Il messaggio di Obama è semplice, ma ha dentro di sé una forza incredibile. Il suo Yes we can si traduce in Medio Oriente con “la pace è possibile”. Il suo discorso al Cairo non era rivolto al passato, bensì al futuro», osserva Fadwa al-Sha'r, Direttore della Direzione generale per le ONG del Ministero dell'Interno palestinese. «Gli Accordi di Ginevra sono la testimonianza concreta del Yes we can obamiano. Questa intesa non è la Bibbia per carità, ma è la dimostrazione che la pace è possibile, basta volerla», è convinto Baltiansky.

Il complicato ed essenziale lavoro diplomatico non è sufficiente. La pace non passa solo per le decisioni dei leader, ma dall’accettazione di queste da parte dell’opinione pubblica. E qui entrano in scena le donne. «La società civile deve far sentire la sua voce. In particolare le donne sono chiamate a esprimere pienamente nel loro impegno politico e sociale la loro specifica sensibilità umana e la volontà di garantire un futuro ai loro figli», è l’invito di una delegata palestinese. «Il protagonismo delle donne israeliane e palestinesi è essenziale per costruire un processo di riconciliazione», osserva Yonit Ruchi, responsabile per il settore Educazione del Geneva Initiative in Israele.

torinodonne.jpgAl centro del seminario, oltre al tema della pace, c’erano anche le questioni di genere. Su queste tematiche le delegate si sono confrontate con una delegazione di donne piemontesi. Durante l’incontro tutte le partecipanti hanno riscontrato una forte sintonia di vedute. «Molto spesso è la società a dire quello che una donna deve fare e non. Mio fratello è sempre stato incoraggiato a raggiungere i suoi obiettivi di carriera più di me. Ma questo mi  ha dato ancora più la forza ad andare avanti», ha confessato una delegata israeliana. «Vedo molte donne che vogliono veramente cambiare le cose ma non sempre hanno i mezzi per farlo. Noi donne siamo però più predisposte al perdono», spiega una delegata palestinese residente nella Striscia di Gaza.

L’intervento più toccante è stato quello di una delegata israeliana immigrata dall’Etiopia. «È stato dura all’inizio perché sono africana, per il colore della mia pelle. Non parlavo la lingua, e anche il mio nome era diverso e difficile da pronunciare. Il problema più grande sono gli stereotipi, si creano perché non c ‘è conoscenza l’uno dell’altro. Io però sto facendo studiare ai miei figli l’arabo, gli sto insegnando a essere israeliani e non immigrati, serviranno l’esercito ma voglio che conoscano le ragioni dei nostri vicini palestinesi».