In un clima di reciproca
diffidenza, israeliani e palestinesi hanno avviato una delicata fase di
negoziati indiretti sotto l'egida degli Stati Uniti. L'inizio del dialogo, dopo
uno stallo di oltre un anno, è testimoniato dall'arrivo in Israele e nei Territori
palestinesi di Joe Biden, vice presidente americano, la figura più rilevante
dell'amministrazione Obama mai giunta finora in Medio Oriente. Nel frattempo, l'inviato
speciale degli Usa, George Mitchell, completava un'ennesima navetta nella
regione per rientrare a Washington e fare il suo rapporto al segretario di
Stato, Hillary Clinton. «Dobbiamo assicurare a queste trattative tutte le
chance di riuscita, siamo convinti che potremo superare le divergenze e porre
fine al conflitto», ha confidato Biden al quotidiano israeliano Yediot Aharonot.
Benjamin Netanyahu si è
detto lieto della ripresa del processo di pace, riaffermando che qualsiasi
accordo dovrà fondarsi su due principi: «il riconoscimento di Israele da parte
dei palestinesi come Stato del popolo ebraico e la garanzia di strumenti per la
sicurezza di Israele». Dal fronte palestinese, il negoziatore Saeb Erakat, ha
ammonito che questi negoziati indiretti rappresentano «l'ultimo tentativo» per
arrivare a «una soluzione dei due stati due popoli».
Poche ore prima dell'arrivo a
Gerusalemme del vice presidente americano, Israele ha autorizzato la
costruzione di 112 nuove case a Gerusalemme Est, nonostante la moratoria sulla
colonizzazione, una decisione fortemente criticata dai palestinesi.
La Casa Bianca ha
condannato senza mezzi termini. La decisione «non è benvenuta», tanto più
durante la visita del vicepresidente americano, Joe Biden, ha detto il portavoce
della Casa Bianca, Robert Gibbs. «Gli Stati Uniti condannano la decisione presa
oggi dal governo israeliano», ha affermato Gibbs. Da Gerusalemme Biden è stato
ancora più netto. Siamo davanti al «il tipo di passo che erode la fiducia»
necessaria al dialogo israelo-palestinese, ha avvertito il vice presidente Usa.