Mentre gli Stati Uniti stanno definendo gli ultimi
preparativi in vista della conferenza internazionale di pace che si terrà ad
Annapolis il prossimo 27 novembre, Europa ha chiesto ad Abraham B.
Yehoshua quali sono le sue aspettative sul vertice. Il famoso scrittore
israeliano, animato da un immortale ottimismo, chiede all’Italia di essere
«molto più attiva in ambito europeo sul dossier Medio Oriente» per non lasciare
l’iniziativa in mano solo agli americani. È inutile nasconderlo, ammette
Yehoshua: «Gli Stati Uniti hanno giocato una pessima partita nella regione
mediorientale. E allora: avanti all’Europa».
Condoleeza Rice sostiene però che sia possibile
raggiungere la pace tra israeliani e palestinesi prima della fine del secondo
mandato di George W. Bush, ovvero nel gennaio del 2009?
Una previsione assolutamente irrealistica. La Rice parla,
parla, parla… mah… Le sue sono parole vuote. Lo sa quanti segretari di stato
sono venuti in Israele negli ultimi quaranta anni? Almeno 15! Tutti si sono
recati in varie missioni diplomatiche in Medio Oriente. Con quale risultato? Che
nessuno di noi si ricorda nulla a riguardo. Le assicuro, dunque, che ci
dimenticheremo anche di Condoleeza Rice quando tornerà a insegnare a Stanford.
Non può negare che il
capo della diplomazia americana si sia però fortemente impegnata negli ultimi
mesi?
Ma non si fa così la pace. Tutte le amministrazioni
americane hanno fatto in Medio Oriente solo sbagli su sbagli su sbagli. Invece
di parlare perché negli ultimi 10 anni non hanno costretto Israele a smantellare
almeno un insediamento colonico? Potevano farlo ma non lo hanno fatto. La
realtà è che non riescono a imporre niente a Israele, sono letteralmente sottomessi
alla politica del nostro paese. E ancora: quando in Medio Oriente si è parlato
di pace non è stato grazie all’azione diplomatica di Washington. Prendiamo come
esempio l’accordo tra Israele e l’Egitto. L’intesa di Camp David nel 1978 è
stata possibile grazie alle diplomazie del Cairo e di Gerusalemme senza l’aiuto,
anzi direi contro la volontà degli americani.
Mi pare di capire che le sue aspettative su Annapolis siano
fortemente al ribasso?
Non è vero. Ogni volta che si tiene un vertice tra Israele e
gli arabi è un fatto positivo, anche se non si arriverà a grandi risultati.
Sono poi sicuro che il vertice di Annapolis non si rivelerà un fallimento come fu
invece Camp David II nel 2000. Questo perché Abu Mazen non è un uomo combattivo
come Yasser Arafat. Il presidente palestinese sarà più ragionevole e più
moderato anche qualora questo vertice non dovesse portare grandi frutti. Esiste
però un grave problema. Nonostante le due parti siano veramente convinte di
creare uno stato palestinese al fianco di Israele in pace e sicurezza, e sono
certo che Olmert sia favorevole a questo obiettivo, le due leadership restano
ancora debolissime.
Da dove deriva questa fragilità?
Riguardo i palestinesi, mi riferisco alla loro impossibilità
di garantire il blocco totale degli atti aggressivi contro Israele. Non possono
farlo ma non hanno neanche abbastanza forze per riuscirci. Soprattutto se ad
Annapolis non verrà avanzata qualche concessione su Gerusalemme. In questo caso
l’opposizione interna sarà sempre più aggressiva e qualche piccolo gruppo
cercherà di fare provocazioni fino ad affossare l’intero processo di pace. Ma
dalla parte israeliana la situazione è ancora più grave. La questione su come arrestare
le colonie è difficilissima e il governo israeliano non ha l’autorità, non
soltanto politica, ma anche quella che io chiamo “autorità nazionale” per farlo,
almeno fino ad oggi. Un ritiro dalla Cisgiordania può essere molto pericoloso
perché la gente ha paura dopo l’esperienza infelice del ritiro dalla Striscia
di Gaza che non ha comportato la fine del lancio di razzi da parte di Hamas. E poi
nella West Bank non parliamo mica di 8 mila coloni da sgomberare, quanto meno
bisognerebbe smantellare insediamenti in cui vivono 120 mila persone.
La piattaforma
politica di Kadima, il partito del premier Ehud Olmert, prevedeva un piano di
sgombero di buona parte degli insediamenti in Cisgiordania?
Israele non ha smesso per un solo giorno negli ultimi 40
anni la colonizzazione nei territori palestinesi. E allora vuol dire che Israele
non è capace di risolvere il problema. La mia opinione è che bisognerà dire ai
coloni che non vorranno rientrare in Israele di negoziare da soli direttamente
con i palestinesi la loro permanenza negli insediamenti. Israele non deve costringerli
a tornare, se vorranno diventare cittadini palestinesi non vedo perché il
governo si debba dichiarare contrario. In questo modo sono certo riusciremo a
far ritornare la maggior parte dei coloni e a compiere un disimpegno senza
ricorrere all’uso della forza. Credo infine che il ritiro non potrà essere
realizzato senza un sostegno da parte della Lega Araba e dell’Europa.
Cosa può fare la Lega araba?
Un suo appoggio concreto è fondamentale per il perseguimento
della pace. Si deve procedere verso una normalizzazione totale nei rapporti tra
Israele e i paesi arabi, svolta che può essere possibile solo in presenza di
una pace tra lo stato ebraico e la Siria. Damasco è la chiave. Senza la pace
tra questi due paesi niente funzionerà in Medio Oriente. Un accordo con Assad,
a capo di un regime autoritario, è poi ben più facile da concludere rispetto a
un’intesa con Abu Mazen. Per questo spero che gli americani diano luce verde ad
Annapolis a questo percorso.
In che modo, e mi riferisco a questo caso specifico,
siglare una pace con un regime autoritario può rivelarsi più semplice rispetto
a un presidente democraticamente eletto?
Per due ragioni. Innanzitutto un regime autoritario quando
firma un’intesa tiene la propria parola. Dopodiché il ritiro dal Golan è meno
complicato dal punto di vista logistico rispetto a una ritiro dalla
Cisgiordania. Perché lì i coloni da sgomberare sono solo 30mila, persone poi che
non sono andati a vivere in quell’area per ragioni ideologiche come invece
hanno fatto coloro che si sono stabiliti nella West Bank.
Ma quali sarebbero le linee di un possibile accordo tra
Israele e Siria?
L’accordo si farebbe nello stesso modo con cui lo si è
raggiunto con l’Egitto. Il primo passo sarebbe dunque la demilitarizzazione
dell’area. In cambio dello sgombero dei coloni, la Siria dovrà interrompere i
legami con Hamas che a Damasco ha il suo quartier generale, e dovrà calmare gli
Hezbollah. Con questo nuovo quadro immediatamente i palestinesi si troveranno
costretti ad assumere posizioni più flessibili. Modificheranno le loro esigenze
quando vedranno che i paesi arabi confinanti saranno tutti in pace con Israele.
Effetti positivi si riscontreranno anche sul nostro versante. Il pubblico
israeliano quando vedrà che la pace con la Siria funziona, sarà più flessibile
su un ritiro dalla Cisgiordania e sulla necessità di costruire uno stato
palestinese.
Tornando al conflitto
israelo-palestinese, lei è uno dei firmatari di una petizione che chiede al
governo israeliano di negoziare con Abu Mazen e al tempo stesso di raggiungere
un cessate il fuoco con Hamas…
Non sono assolutamente contraddittori. Il ritorno della
calma a Gaza aiuterà il presidente palestinese. E poi metteremo fine alla
sofferenza della popolazione palestinese e degli abitanti delle cittadine al
sud di Israele. Dobbiamo dunque provare a vedere se è possibile. Questo passo
non comporta un riconoscimento reciproco né sarebbe una novità. Non sarebbe
infatti la prima volta che Israele sigla tregue con paesi che non ci riconoscono.
E dopo il cessate il
fuoco?
Innanzitutto chiariamo che Israele a Gaza non c’è più. Se i
palestinesi vorranno avere con noi relazioni commerciali, noi saremo ben felici
e pronti a intraprenderle. È nel nostro interesse che la Striscia di Gaza sia
fiorente.
Sul miglioramento
delle condizioni economiche dei palestinesi sta puntando anche l’inviato del
Quartetto Tony Blair.
Una scelta positiva perché con i miglioramenti tangibili
nella vita quotidiana si risolvono tanti problemi. Se Blair può creare
progressi alla popolazione palestinese tanto meglio per Israele.