Intervista a Riad Malki, direttore del
Panorama Center.
Cominciamo dal nuovo governo di unità nazionale palestinese. Che opinione si è fatto a riguardo?
Hamas, accettando di partecipare al vertice della Mecca e di contrarvi degli impegni, ha, in questa fase, implicitamente rinunciato alla violenza come mezzo di lotta. Il nuovo governo di unità nazionale palestinese è senza dubbio uno sviluppo favorevole per il rilancio del dialogo anche se, devo sottolineare, giudico con severità il mancato coinvolgimento dei partiti minori in questa fase. È infatti interessante sottolineare come sia improprio considerare il nuovo esecutivo come espressione dell’unità nazionale. Si tratta in realtà di un governo di coalizione egemonizzato da Hamas e Fatah.
Si spieghi meglio.
Stiamo assistendo alla monopolizzazione della scena politica da parte di Hamas e Al Fatah e questo è un pericolo per la giovane democrazia palestinese. C’è il rischio che si vada verso un regime con un solo partito. In questo contesto l’opposizione sarebbe relegata al mondo del terziario e a quello delle organizzazioni non governative. In sostanza diventeremo come tutti gli altri paesi arabi. È comunque troppo presto per sapere se la scelta di condividere il potere con Fatah da parte di Hamas sia tattica o strategica. Nel primo caso alla prima crisi politica che si verificherà l’epilogo sarà la convocazione di elezioni anticipate; nel secondo questa intesa sarà la base di un compromesso di lunga durata. Il fatto che i personaggi più autorevoli dei due schieramenti non vengano attualmente coinvolti direttamente, ma rimangano dietro le quinte con un sostanziale ruolo di indirizzo, pare la conseguenza di una consapevole scelta tattica.
Si aspetta dei cambiamenti di indirizzo da parte della comunità internazionale?
La situazione è solo in parte in movimento. Per il momento la posizione di Israele rimane la stessa: non parliamo con Hamas ma ci rapportiamo solo con il presidente Abu Mazen. Gli Stati Uniti hanno una linea più attendista anche se pare escluso che in futuro potranno sedere allo stesso tavolo con esponenti del movimento islamico, a meno che questo non accetti le tre condizioni del Quartetto. L’Europa, invece, ha colto più di tutti gli elementi di novità. Mi riferisco ad esempio al ministro degli Esteri italiano D'Alema che ha affermato come con il nuovo governo di unità nazionale palestinese debba prevale un approccio flessibile da parte della comunità internazionale. Da parte sua la Francia ospiterà a breve il ministro degli esteri palestinese mentre la Norvegia ha già ristabilito normali relazioni con il nostro governo.
Lo sguardo di tutti è puntato sul vertice arabo di Riad.
A quarant’anni dall’occupazione dei Territori la speranza di addivenire ad una soluzione sembra perdere consistenza, anche se non si deve rinunciare ad appoggiare iniziative che, come il Piano Arabo, sono suscettibili di ridare slancio al negoziato. L’iniziativa araba è a tutti gli effetti una grande occasione. È però solo una dichiarazione e pertanto va sviluppata per renderla un vero e proprio piano di azione. Se Israele rifiuterà l’iniziativa saudita sarà la fine del peace camp. Lo stato ebraico deve capire che non è l’unico a rischiare poiché anche i leader arabi stanno prendendo dei rischi con le rispettive opinioni pubbliche.
Cosa possono offrire gli arabi a Israele?
Un quadro collettivo che va incontro alle esigenze israeliane di integrazione nella regione mediorientale. Abbiamo finalmente un Quartetto arabo composto da Arabia saudita, Egitto, Giordania e Emirati arabi uniti, disposti a parlare francamente di pace con Israele poiché il mondo arabo sa bene che la questione palestinese ha la priorità su tutte le altre controversie all’interno del mondo arabo.