Poco più di un mese Hamas ha trionfato alle elezioni legislative palestinesi. Per molti osservatori la prima conseguenza del successo del movimento islamico è stata quella di aver fatto tornare a 15 anni fa la lancetta del tempo in Medio Oriente. Lei è d’accordo?
Niente di più sbagliato. Il discorso di Abu Mazen nella seduta inaugurale del nuovo parlamento è stato chiaro. Il suo programma, per il quale è stato eletto, riconosce tutti gli accordi firmati con Israele ed è per una politica del compromesso e del negoziato. Abu Mazen ha anche confermato la sua fiducia alla road map che rimane l’unica base negoziale. Ha chiesto dunque, indirettamente, ai neo deputati di Hamas di attenersi a questa linea. Molti di loro continuano a non essere disposti a riconoscere il diritto all’esistenza dello stato di Israele ma allo stesso tempo hanno già dato la loro disponibilità a lavorare con il presidente Abu Mazen su alcuni punti specifici: riforme, servizi e welfare.
Resta irrisolta una questione fondamentale. Hamas non vuole sporcarsi le mani per mantenerle libere, ma qualcuno dovrà pure negoziare con Israele o quanto meno parlarci?
Qui va fatta una precisazione. Tutti gli accordi con Israele sono stati ratificati dall’Olp e non dall’Anp. Israele e l’Olp si sono mutuamente riconosciute negli accordi di Oslo. Credo dunque che Hamas, che non ha mai aderito all’Olp, lascerà nelle mani di Abu Mazen, che è anche presidente dell’Olp, il negoziato con Israele, per evitare ogni contatto formale con lo Stato ebraico e la comunità internazionale. Nel breve termine Hamas vuole consolidare il suo potere occupandosi direttamente dei servizi più vicini ai cittadini.
All’orizzonte ci sarebbe dunque una serena coabitazione tra la presidenza Abu Mazen e il futuro governo targato Hamas? Possiamo aspettarci anche l’ingresso di Fatah nel governo?
Troppo presto per dirlo. Il premier designato Haniyeh non ha indicato ancora la sua squadra. Il nodo principale è chi coprirà la carica di ministro degli Interni, che controlla il settore della sicurezza, sebbene appaia scontato che l’incarico sarà affidato ad un esponente di Hamas. Hamas continua a mantenere la porta aperta per al Fatah. Il ministro degli Esteri potrebbe infatti essere uno di Fatah, se la formazione che fa capo ad Abu Mazen alla fine deciderà di entrare nell’esecutivo. In caso contrario è possibile che il prossimo ministro degli esteri palestinese sarà Ziad Abu Amer, membro del parlamento eletto come indipendente a Gaza. Infine, non è azzardato supporre che il prossimo ministro del Turismo sia un cristiano.
La strada che dovrà percorrere il nuovo premier palestinese è piena di ostacoli e curve pericolose. Secondo lei ci sono delle priorità sulle quali il governo deve mettersi immediatamente al lavoro?
Il governo ha sul tavolo due questioni scottanti: il pagamento dei salari e la creazione di nuovi posti lavoro. Per pagare gli stipendi Hamas dovrà cercare nuove risorse economiche per colmare i futuri tagli di Israele e della comunità internazionale. I posti di lavoro verranno creati con la messa in opera di numerosi cantieri, che verranno realizzati per la costruzione di strade, scuole, ospedali, abitazioni. Circa 100 mila case verranno costruite nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. In questo ultimo caso è probabile che la natura degli investimenti sia in gran parte di natura privata. Non va dimenticata un’altra questione fondamentale: quella legata alla sicurezza interna e verso Israele. Hamas si è detto disponibile ad una tregua di lungo termine con Israele. Sono i fatti in Medio Oriente ad essere più decisivi non le promesse. Dunque se Hamas riuscirà effettivamente a tenere sotto controllo il suo braccio armato e a mantenere il controllo della sicurezza nei Territori, ponendo fine all’anarchia, qualsiasi governo si formerà in Israele a seguito delle elezioni di fine marzo sarà indotto a cambiare la sua linea verso Hamas.
Non solo Israele ma tutto il mondo guarda con apprensione al prossimo governo palestinese. Il Quartetto ha chiesto senza successo ad Hamas di rinunciare alla violenza e di riconoscere il diritto di Israele all'esistenza. L’Anp rischia l’isolamento?
L’invito rivolto dalla Russia ai dirigenti di Hamas a recarsi a Mosca ha rotto il boicottaggio internazionale ad Hamas suscitando le proteste di Israele. Ma in Europa ha raccolto l’appoggio della Francia. Parigi ha accettato i risultati delle elezioni democratiche palestinesi perché ha capito il grave danno compiuto quando nel 1991 si annullarono le prime elezioni multipartitiche in Algeria a causa della vittoria del Fronte islamico di salvezza (Fis). La conseguenza fu lo scoppio della guerra civile e i suoi effetti si ripercuotono ancora oggi. Questo dovrebbe insegnare alla comunità internazionale che bisogna rispettare gli esiti del voto ma soprattutto dare un’opportunità ad Hamas di provare la sua capacità di governare e di imporre l’ordine e la legge.
Israele questa chance non ha alcuna intenzione di concederla. Il premier Olmert ha dichiarato che non verranno più trasferiti i fondi dei dazi doganali.
Israele ha scelto la via delle sanzioni. Sbagliando. Olmert ha deciso che i fondi accumulati nella raccolta di dazi doganali e delle tasse non verranno girati ai palestinesi, veri proprietari di quel denaro. Ma non è tutto. Israele ha anche chiuso due valichi di passaggio per le persone: Keren Shalom e quello di Sufa. Non riesco proprio a capire perché il governo israeliano ha varato un piano di pressioni economiche e militari ancor prima che si formi il governo palestinese. Lo sanno tutti che la politica del bastone, delle punizioni collettive, ha già dimostrato in passato di essere fallimentare.
Secondo Olmert le misure adottate sono un tentativo di indurre i palestinesi a mutare opinione su Hamas sotto la pressione delle difficoltà economiche. Non dimentichi che in Israele la campagna elettorale è ormai aperta da settimane.
Proprio perché le elezioni israeliane sono all’orizzonte mi preoccupo tanto. Il governo Olmert manterrà una linea dura per non perdere una parte dell’elettorato di destra. Ciò significa però anche che l’Anp rischia la bancarotta. Per fortuna la Banca mondiale ha annunciato che trasferirà 60 milioni di dollari nelle casse palestinesi. Contemporaneamente i paesi arabi aumenteranno il loro contributo economico. Usa e Ue devono rendersi conto che nel breve termine gli aiuti internazionali alla popolazione palestinese servono più che mai. Una grande potenza come gli Stati Uniti, primo promotore della democratizzazione nel mondo arabo, non sarebbe dovuta restare sconvolta dai risultati delle elezioni palestinesi. Avrebbe dovuto tenere un ruolo meno aggressivo e più pragmatico. Sono sicuro che i palestinesi non hanno votato Hamas per continuare la lotta armata ma hanno scelto questo movimento perché credono sia capace di realizzare quelle riforme di cui il popolo palestinese ha estremamente bisogno. Ci sarà una svolta epocale se Hamas cambierà strategia come fece l’Ira quando adottò la non-violenza come strumento per ottenere l’indipendenza.
Ci riuscirà anche Hamas?
Solo il tempo ce lo dirà.
Maurizio Debanne