Cinque anni fa a Milano il CIPMO
organizzava il primo seminario riservato tra Young Political Leaders israeliani
e palestinesi. Nel 2004 l’aria che si respirava nella regione mediorientale era
di (cauto) ottimismo: da poco era stato tracciato il percorso della road map,
freschi erano gli entusiasmi per la sigla degli Accordi (informali) di Ginevra.
Questo clima consentì la partecipazione di alcuni esponenti dei partiti
religiosi israeliani che prima di allora non avevano mai parlato con i propri
coetanei palestinesi, se non sotto le armi.
Il semiario fu un vero proprio
successo così che, grazie alla collaborazione con il Peres Center di Tel Aviv e
il Panorama Center di Ramallah, il CIPMO decise di continuare a lavorare con le
giovani generazioni. Un lavoro intenso e assai delicato che ha dato i suoi
frutti: un seminario all’anno, l’ultimo pochi giorni fa a Roma.
Tanti ragazzi hanno partecipato a
questi incontri, alcuni di loro siedono oggi sui banchi della Knesset, altri
occupano incarichi di dirigenza in partiti politici o in organizzazioni non
governative.
A Roma, come detto, si è appena
tenuto l’ultimo incontro, grazie al contributo della Regione Lazio, il primo
nell’era di Obama. L’amministrazione americana sembrava essere partita col
piede giusto, tuttavia a un anno dal suo insediamento il processo di pace non
ha registrato particolari progressi.
Non per questo «abbiamo
voglia di nasconderci dietro i soliti
pregiudizi o stereotipi», hanno concordato tutti i presenti. «I giovani
costituiscono la maggioranza della società palestinese e di quella israeliana e
dovrebbero avere l’opportunità e gli spazi necessari per dare origine a nuove
idee nel campo della pace», osserva Nancy Sadiq, direttrice del palestinese
Panorama Center. Non spesso ci riescono poiché «negli ultimi anni la
disperazione ha sempre più controllato il contesto politico della nostra
regione, allontanando i giovani dall’attivismo politico, tanto all’interno
della società civile che a livello locale e nazionale», commenta Sivan
Gal-Yahav del Peres Center for Peace, coordinatrice del Forum delle Ong
israelo-palestinesi.
«Il cammino resta drammaticamente
sempre in salita», racconta un delegato palestinese di Jenin. «Per me non è
stato semplice venire qui. Ho ricevuto molte critiche da amici e familiari. Mi
dicevano “perché vai in Italia a parlare con gli israeliani? A che serve? Tanto
al tuo ritorno i posti di blocco saranno sempre lì al loro posto?”. Critiche
comprensibili che però non mi hanno convinto a non andare. Oggi sono contento
perché il mio nuovo amico israeliano di Peace Now mi ha regalato una mappa
delle colonie israeliane in Cisgiordania. La farò vedere ai miei amici e in
famiglia perché capiscano che in Israele c’è chi sostiene, non solo parole ma
con il suo lavoro di tutti i giorni, la soluzione due stati e due popoli».