Elisa Giunchi*
Negli ultimi mesi la situazione
sicurezza in Pakistan si è andata deteriorando, anche nelle grandi città, sotto
la duplice pressione di movimenti nazionalisti, portatori di istanze etniche, e
di gruppi estremisti. Il Jeay Sindh Qaumi Mahaz, che rappresenta i sindhi, ha
alimentato a Karachi, con il sostegno del Muttahida Qaumi Mahaz, che
rappresenta gli interessi della popolazione urdofona, accese proteste contro il
flusso di rifugiati pashtun provenienti dalla NWFP. Le proteste sono ben presto
degenerate in scontri sanguinosi, in una città in cui è sempre più evidente la
presenza di gruppi islamisti affiliati al Jamaat-e-islami e gruppi
neo-tradizionalisti legati a Beitullah Mehsud, il militante pashtun al quale è
attribuito l’attentato che nel dicembre 2007 ha ucciso la Bhutto e l’attacco
alla squadra di cricket dello Sri Lanka avvenuto a Lahore lo scorso marzo. Gli
attentati contro le forze dell’ordine e le agenzie governative si sono
moltiplicati. A fine maggio un attentato attribuito ai “talibani pakistani” ha
colpito una stazione di polizia e la sede dell’Isi (una branca dei servizi
segreti) a Lahore, causando la morte di 30 persone. Nei giorni successivi tre
attacchi hanno colpito Peshawar e il distretto di Dera Ismail Khan, uccidendo
14 persone. A giugno è stato attaccato il Pearl Continental Hotel a Peshawar,
che ospitava molti operatori umanitari che assistevano gli sfollati dello Swat,
provocando la morte di quasi 20 persone . Sono continuati anche gli attentati
di natura settaria da parte di forze estremiste sunnite: nell’episodio più
recente, a inizio giugno, un attacco a una moschea sciita nel Dir ha fatto 40
morti, che si sono andati ad aggiungere agli oltre 2.000 morti causati nel
paese dai militanti negli ultimi due anni, da quando cioè, in seguito
all’assedio alla Moschea rossa, i settori religiosi hanno giurato vendetta
contro il governo e che collabora con il governo.
La fermezza che Obama richiede
alle autorità pakistane nei confronti del radicalismo islamico è difficile da
ottenere, non solo per le collusioni profonde che esistono tra forze armate e
militanti, in un quadro istituzionale in cui i militari controllano in maniera
autonoma il settore della sicurezza e la politica regionale, ma anche per
l’estrema debolezza delle principali figure istituzionali, Asif Ali Zardari e
Yusuf Raza Gilani, entrambe legate al PPP. Le costanti frizioni tra il PPP e la
PML-N, il principale partito di opposizione, soprattutto in seguito alla
proposta di Nawaz Sharif di ridurre i poteri presidenziali, la crisi economica
che attenaglia il paese e l’incapacità da parte delle autorità di riportare
l’ordine e la sicurezza e di contrastare l’estremismo non hanno fatto che
aumentare l’impopolarità di Zardari, il vedovo di Benazir, uomo d’affari sindhi
entrato in politica negli anni ’90, che ha gestito senza scrupoli le fortune
della famiglia Bhutto.
Il governo si trova ad affrontare
una coalizione di forze radicali complessa e ramificata, che unisce i
cosiddetti talibani pakistani, portatori di un pensiero neo-tradizionalista e
filo-pashtun, i gruppi estrmeisti punajbi, in larga misura attivi in Kashmir,
che esprimono un’ideologia islamista,
traggono forza da elementi “moderni” e hanno una forte connotazione
anti-indiana, e gruppi islamisti stranieri affiliati ad al-Qaeda, con una più
ampia agenda anti-imperialista. Tra i talibani pakistani si distingue il TTP
(Tehrik-e-taliban Pakistan), che è controllato da Beitullah Mehsud. La
coalizione religiosa, e lo stesso TTP, sono in realtà attraversati da numerose
fratture in cui il governo Zardari (e prima di lui Musharraf) ha cercato, senza
successo, di inserirsi, sostenendo i gruppi disposti a dirigere le proprie
attività in Afghanistan e non ad attaccare le forze di sicurezza pakistane. Con
questo obiettivo si è sostenuto ad esempio l’MTT (Muqami tehrik-e-taliban), una
coalizione di gruppi waziri, contro il TTP. Questa strategia ha tuttavia
contraddetto in maniera evidente gli interessi della coalizione a nord del
confine: l’ alleanza con l’MTT, che comprende gruppi affiliati alla rete
qaedista, ha rischiato di vanificare gli sforzi della caolizione in Afghanistan
e quello che è l’obiettivo principale degli Usa - sradicare i rifugi di
al-Qaeda nelle aree di confine-. Le incursioni aeree statunitensi, peraltro,
colpendo anche l’MMT, hanno avuto l’effetto di allontanare alcuni elementi del
MMT dal governo Zardari, portando al fallimento la sua strategia. Opporsi
apertamente a Beitullah Mehsud è peraltro, un rischio che non molti vogliono
prendersi, come dimostra ciò che recentemente è successo a Qari Zainuddin
Mehsud, comandante waziri che, cooptato dalle forze armate, ha criticato come
non islamica la posizione anti-governativa del TTP, per essere poco dopo ucciso
dagli uomini di Beitullah.
Anche il tentativo di accordarsi
con il leader del TTP non ha avuto successo. La firma di un trattato di pace a
febbraio tra governo e il TTP nello Swat, con cui Zardari sperava di riportare
la pace nell’area, non ha avuto l’effetto sperato: i militanti, contravvenendo
ai termini dell’accordo, sono fuoriusciti dalle aree che già controllavano,
arrivando ad aprile a occupare il distretto di Buner, a poco più di 100 km.
dalla capitale. L’avanzata talibana ha indotto il governo a dare il via, dietro
sollecitazione degli Stati Uniti, a un’offensiva militare nell’area.
L’offensiva, che ha avuto inizio a maggio, ha fermato l’avanzata talibana,
causando, secondo fonti ufficiali, la morte di almeno 1,000 militanti.
Tuttavia, al di là del fatto che queste sono impossibile da verificare,
l‘offensiva ha avuto un costo umano e di immagine non indifferente: circa 1.5
milione di civili hanno lasciato lo Swat, ingrossando le fila degli sfollati,
circa mezzo milione, provenienti per lo più dalle agenzie tribali, che si erano
riversati in precedenza nelle aree sedentarizzate della NWFP. Le autorità, che pure avevano sollecitato la
popolazione lcoale dello Swat a lasciare le proprie case, si sono trovate
impreparate a gestire quella che è diventata in breve tempo una vera e propria
crisi umanitaria. Le associazioni caritatevoli islamiste, simpatizzanti per i
talibani, hanno potuto inserirsi nel vuoto lasciato dallo stato, come era
accaduto anni fa in occasione del terremoto, con l’effetto di fare nuovi
proseliti tra gli sfollati. Un effetto paradossale, se si pensa che molti di
loro sfuggivano non solo le operazioni militari, ma anche la visione
restrittiva imposta dai talibani. I militari, dopo avere ripreso il controllo
dello Swat, hanno esteso le loro operazioni nelle agenzie tribali, nel South
Waziristan e nell’Orakzai, portando a un nuovo flusso di sfollati, circa 40.000
nel momento in cui si scrive, che si sono riversati nei distretti di Tank e
Dera Ismail Khan.
Le operazioni militari hanno
aggravato una situazione economica già difficile. Nel 2008 l’emergenza è stata
temporaneamente tamponata grazie a un pacchetto di aiuti del FMI di 7.6
miliardi di dollari, ma il quadro generale è rimasto precario per effetto della
crisi globale, del crescente servizio sul debito e soprattutto della crescita
della spesa legata alle politiche di contrasto del radicalismo, che costano
all’erario pakistano oltre 1 miliardo all’anno. Le spese per la difesa previste
per l’anno fiscale che inizia il 1 luglio sono aumentate del 15,3% rispetto
all’anno 2008-2009, penalizzando le spese per il sociale, già tradizionalmente
basse. Gli USA, che già rimborsano il Pakistan per le operazioni militari
collegate alla “guerra al terrorismo”, hanno recentemente deciso di triplicare
gli aiuti allo sviluppo, nella consapevolezza dello stretto legame causale che
esiste, per lo meno nell agenzie tribali, tra sottosviluppo e adesione al
movimento talibano. Rimane tuttavia qualche perplessità sulle possibili
ricadute di questi finanziamenti. Sul piano militare, i talibani pakistani si
sono già in passato dimostrati capaci di
resistere alle offensive governative disperdendosi nei distretti
limitrofi e poi ri-raggruppandosi, complice un territorio che si presta alle
loro tattiche di guerriglia e una popolazione locale spesso compiacente. Le
forze regolari sono impreparate a combattere questa guerra asimmetrica, e i
Frontier corps, le truppe paramilitari a composizione pashtun che li
affiancano, nutrono talora sentimenti di ambivalenza verso i militanti che sono
chiamati ad eliminare ma di cui condividono l’impostazione ideologica e
l’appartenenza etnica. Sul piano dello sviluppo, l’aumento della spesa per la
difesa e le condizioni poste dal FMI comprimono ulteriormente a livello
nazionale la spesa per istruzione e sanità ma, soprattutto, è difficile poter fare
qualcosa di concreto finché le agenzie tribali continueranno a gestire in piena
autonomia i propri affari interni e le autorità centrali non avranno il
coraggio di integrarle nello stato.
*Elisa Giunchi è docente di Storia
e istituzioni dei paesi islamici all’Università degli Studi di Milano, è membro
del comitato direttivo di Asia Maior e Italindia ed è responsabile del
programma sull’Asia meridionale all’Ispi. È autrice di diversi libri tra cui
“Pakistan. Islam, potere e democratizzazione”, Carocci, 2008.
Articolo pubblicato sul numero
2/09 della Newsletter del CIPMO