Marco Allegra - Università di Torino
Le reazioni
israeliane al tragico esito della spedizione navale per Gaza sono state di
segno diverso. Molti – e in particolare i principali politici a livello nazionale
– hanno sostenuto il diritto israeliano a controllare gli sbarchi a Gaza per
ragioni legate alla sicurezza nazionale. Il governo ha da parte sua difeso a
spada tratta l’operato dei militari, scaricando la responsabilità dell’accaduto
sugli attivisti della flottiglia. Ehud Barak a sottolineato come siano stati
questi ultimi a iniziare gli scontri e a determinare la reazione violenta del
commando israeliano. Pesantissime accuse sono state lanciate agli organizzatori
del convoglio: il vice di Avigdor Lieberman, Danny Ayalon ha parlato di
un’“armata dell’odio e della violenza a sostegno di Hamas”, di “premeditata e
oltraggiosa provocazione”, additando i legami fra gli organizzatori da un lato
e “il jihad globale, al-Qaeda e Hamas”.
Dall’altro lato
molti dei commentatori israeliani hanno sottolineato l’innegabile autogol nelle
sue varie sfaccettature. Politicamente, Israele sarebbe caduto nella “trappola
disposta dagli organizzatori della flottiglia” (Hamos Harel, Haaretz); si nota
la gestione approssimativa dell’operazione – per la quale marina e agenzie di
sicurezza avevano avuto tutto il tempo per prepararsi – e non ci si spiega
(David Horovitz, Jerusalem Post) il fatto che un così scarso contingente di
uomini sia stato mobilitato per compiere l’abbordaggio vero e proprio. Si
lamenta una prossima sconfitta nella “media war” aperta dal tragico episodio. I
titoli di articoli ed editoriali usciti in questi giorni ripetono
insistentemente parole come “fiasco”, “errore” o “stupidità”.
Di fiasco
indubbiamente si tratta; tuttavia solo alcuni commentatori sembrano cogliere
quanto va oltre l’episodio. Uno per uno i molteplici autogol segnati da Israele
negli ultimi cinque mesi potrebbero essere definiti come “errori”. Visti tutti
insieme, il quadro è sbalorditivo: a un anno di distanza dall’operazione
“Piombo Fuso” – all’origine del rapporto Goldstone, assai duro nei confronti di
Israele – si è avuta a gennaio una crisi diplomatica con la Turchia durante la
quale Israele ha umiliato pubblicamente l’ambasciatore di Ankara, ricevuto su
un divanetto che lo obbligava a guardare dal basso in alto un corrucciato
Ayalon. Quasi negli stessi giorni, l’utilizzo di passaporti falsi –
appartenenti a cittadini britannici, irlandesi e australiani – da parte del
commando che aveva eliminato Mahmoud al-Mabhouh a Dubai causava un’ondata di
reazioni indignate e l’espulsione di alcuni diplomatici israeliani coinvolti
nella falsificazione dei passaporti da Gran Bretagna e in Australia. Quando a
marzo il vice di Obama Joseph Biden è arrivato in Israele per riannodare i fili
del negoziato è stato accolto dall’annuncio dell’espansione dei quartieri
ebraici a Gerusalemme Est; rientrato a Washington, Biden non ha rinunciato ad
una velenosa stilettata quando ha dichiarato ad una folta platea di giornalisti
di sentirsi sollevato dopo il suo ritorno in un luogo dove “un boom edilizio
costituisce una buona notizia”. Appena prima dell’episodio della flotta “Free
Gaza”, il ministero dell’Interno ha impedito l’ingresso in Cisgiordania a Noam
Chomsky – invitato all’università palestinese di Bir Zeit – cercando poi di
fare retromarcia riferendosi a non meglio precisati “equivoci” intervenuti al
momento.
Altri episodi meno
presenti sulle prime pagine dei nostri giornali – quali per esempio il giro di
vite sui cooperanti stranieri che lavorano in Cisgiordania – completano un
quadro che è difficile interpretare come la somma di singoli passi falsi. I
razzi Qassam certo non sono un’invenzione; la linea del nuovo governo turco è
senza dubbio più attenta agli umori del mondo arabo e islamico; Mahmoud
al-Mabhouh era sicuramente un obbiettivo militare e l’indignazione
internazionale è stata determinata probabilmente più dal fatto che gli agenti
del Mossad siano stati scoperti che non dall’assassinio in sè; e così via. In
mezzo a tante situazioni diverse – ciascuna con il suo sfondo specifico – la
costante è però l’atteggiamento intransigente di Israele, pronto a rispondere
in modo sproporzionato ad ogni minaccia (vera o presunta) e fermamente
intenzionato a rigettare qualsiasi tipo di critica al proprio operato.
È difficile credere
che – persino dal punto di vista israeliano – l’aspetto più inquietante di
questo sia la ricaduta negativa sull’immagine di Israele, o sui fragili
negoziati in corso. Lo spericolato filotto diplomatico israeliano sembra invece
restituirci un paese in preda ad una crisi di nervi e nello stesso tempo
risoluto a considerare le proprie nevrosi come l’unico metro di giudizio
possibile, chiuso – in nome di una nozione di sicurezza che ha ormai fagocitato
qualsiasi ambito della vita nazionale – ad ogni tipo di confronto persino con
gli alleati di sempre.
L’unica logica – a volerne trovare una – che si può ipotizzare dietro ad un
tale atteggiamento è una logica perversa, che assomiglia molto a quella esposta
dal misterioso Z. intervistato da Amos Oz (ma per alcuni si tratterebbe
semplicemente una creazione letteraria) dopo la guerra del Libano: “Se anche tu
mi provassi in modo inoppugnabile che la guerra in Libano è stata sporca e
immorale, non me ne importerebbe nulla. Se anche tu provassi che non abbiamo
raggiunto nessuno dei nostri scopi […] ancora non mi importerebbe […]. Sai
perché ne sarebbe valsa comunque la pena? Perché sembra che questa guerra ci
abbia reso più impopolari nel cosiddetto mondo civilizzato […]. Forse ora il
mondo inizierà a temermi invece di compatirmi. Forse inizieranno a tremare
davanti alla mia follia invece di ammirare la mia nobiltà d’animo […]. Lasciamo
che pensino che siamo un paese di pazzi, pericolosi per i loro vicini,
squilibrati; che potremmo impazzire definitivamente se uno dei nostri figli –
anche uno solo! – viene ucciso. Che potremo impazzire e bruciare ogni pozzo di
petrolio nel Medio Oriente […]. Lasciamo che siano consapevoli – a Washington,
Mosca, Damasco o in Cina – che se si spara ad uno dei nostri ambasciatori […]
potremmo scatenare la terza guerra mondiale in men che non si dica”.
Come ha ricordato
Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, “a
coloro che vuol perdere, Dio prima toglie loro il senno”. Molti analisti e
politici sottolineano il pericolo che le armi atomiche cadano in mano a regimi
“irrazionali” come la Repubblica Islamica iraniana di Ahmadinejad; secondo
Netanyahu “non si dovrebbe permettere ad una setta ispirata da un messianesimo
apocalittico di controllare armi atomiche. Quando il credente dagli occhi
spiritati acquisisce il le leve del potere e controlla armi di distruzione di
massa, allora l’intero mondo dovrebbe iniziare a preoccuparsi, e questo e ciò
che sta accadendo in Iran”. La perdita del senno di Israele – che la bomba ce
l’ha già e ha indicato la sua ferma intenzione di impedire ad ogni costo
all’Iran di acquisirla – dovrebbe turbare i nostri sonni forse più delle
dichiarazioni di Ahmadinejad sulla distruzione dell’“entità sionista”.