Ugo
Tramballi*
Non era
previsto che potesse accadere: le elezioni erano state tranquille, le
consultazioni politiche fra i leaders costruttive, quasi amichevoli. Hariri
premier aveva avuto il gradimento di tutti i fronti e di ogni confessione.
Eppure d’improvviso, la domenica pomeriggio quando i libanesi cristiani, musulmani
sciiti e sunniti vanno tutti al mare, è scoppiato l’inferno. Due ore di
sparatorie e lanci di razzi anticarro come ai vecchi tempi della guerra civile.
Non è chiaro chi abbia incominciato, quale sia stata la scintilla. Ma fra tutte
le comunità e i loro uomini armati, sunniti del partito di Sa’ad Hariri e
sciiti di quello Amal di Nabih Berri, erano quelli ad avere meno ragioni per
prendersi a fucilate nei quartieri musulmani di Beirut Ovest. Berri aveva
appena ottenuto il sì di Hariri per il suo quinto mandato consecutivo da
presidente del Parlamento; e si era sdebitato garantendo al Presidente Michel
Suleiman il si di Hamal alla nomina di Hariri premier incaricato: unico partito
del fronte delle opposizioni dell’ “8 Marzo”, a fare un gesto così. Hezbollah si
era limitato a non proporre alcun nome in alternativa e a tacere. Non doveva
accadere dunque che sunniti e Amal si sparassero addosso a Beirut. Non doveva
anche perché fino all’ultima domenica di giugno l’atmosfera post-elettorale era
incredibilmente rilassata. Hariri aveva incontrato Hassan Nasrallah, il capo di
Hezbollah, aveva stretto la mano a Michel Aoun, ex generale dalle tentazioni
bonapartiste, cristiano ma alleato di Hezbollah. Dopo mesi e mesi d’insulti si
erano parlati perfino il druso Walid Jumblatt e Nasrallah. Per ritrovare un
clima politico così, bisognava tornare all’inizio degli anni Novanta: quando
finì la guerra civile, il Kuwait fu liberato, il processo di pace fra arabi e
israeliani rimesso in moto.
Non doveva
succedere ma è accaduto. E le cause di uno scontro breve ma così
pericolosamente brutale, accompagneranno tutto il processo politico
post-elettorale; saranno l’incubo e il monito per ogni leader politico e di
ogni capo tribù in ogni passo del dialogo per formare un Governo. E anche dopo,
quando un esecutivo ci sarà e i rapporti di forza saranno apparentemente
chiariti, come un peccato originale quelle cause accompagneranno ogni giorno
della vita del Libano minacciandone un’altra guerra civile.
Le cause sono
principalmente due: una psicologica e una geopolitica. Per quanto i capi si
parlino e un compromesso venga trovato sul prossimo governo, i libanesi vivono
di ricordi e di vendette. L’ultima domenica di giugno l’atmosfera politica era
positiva. Ma agli sciiti non era andata giù la sconfitta elettorale; e ai
sunniti non era passato il ricordo dell’umiliazione del maggio 2008, quando gli
sciiti calarono nei loro quartieri imponendo la forza delle loro armi. Il
ricordo dei torti e il sottile desiderio della vendetta, accompagnerà sempre i libanesi nel loro
tentativo di tenere insieme, in un solo piccolo Paese, 18 confessioni.
L’altra causa
che tiene sempre vivo il fuoco sotto le ceneri libanesi, è il mondo attorno. Le
elezioni del 7 giugno sono state un sorprendente atto di democrazia. Alta
affluenza, un vincitore netto (il fronte moderato del “14 Marzo”, 71 seggi su
128), uno sconfitto che ha onestamente ammesso il risultato (il fronte dell’ “8
Marzo” più vicino a Siria e Iran), un dialogo posto-elettorale costruttivo. Ma
attorno al Libano i problemi della regione sono sempre gli stessi. Un governo
israeliano di estrema destra nazionalista; Gaza non ricostruita e in assenza un
accordo perché la guerra non possa riprendere; la Siria ancora incerta se
riaprire verso Occidente, Ahmadinejad a Tehran. Il Libano è sempre stato
vittima di tutto quello che vi accadeva attorno, fuori dai suoi confini.
Praticamente i libanesi non hanno una politica interna separata da quella
estera: la prima è sempre frutto della seconda.
Proprio per
questo, anche dimenticando l’inaspettata esplosione di violenza dell’ultima
domenica di giugno, i problemi del Libano di oggi sono gli stessi che lo
destabilizzavano prima delle elezioni. E’ stato un bel segno di moderazione che
gli elettori abbiano scelto il “14 Marzo”. Ma ora Hariri si troverà a dover
risolvere lo stesso problema che l’anno scorso aveva il governo di Fuad
Siniora: se, aprendo a un governo di unità nazionale, debba concedere quel
terzo di portafogli ministeriali che permetterebbe all’opposizione di
esercitare il diritto di veto su ogni atto dell’esecutivo. Il “14 Marzo” non vuole offrirlo, l’“8 Marzo”
lo pretende. Come prima.
Né è affatto
risolto il problema della milizia privata di Hezbollah, meglio armata e più
addestrata dello stesso Esercito nazionale. Il movimento fondamentalista sciita
non ha esattamente perso le elezioni del 7 giugno: ha candidato pochi dei suoi,
lasciando andare avanti Amal e i cristiani di Michel Aoun. Questi ultimi hanno
perso davvero. Hezbollah ha una sua agenda che non è libanese ma regionale. Per
questo non consentirà a nessuna maggioranza di riaprire la trattativa perché si
smantelli della sua milizia.
Questi erano
i problemi prima, questi lo sono ancora. In Libano i rapporti di forza non
vengono definiti da un’elezione e dalla divisione dei seggi di un Parlamento.
Sono determinati da quante armi e quanti uomini hanno i partiti in strada,
quanti soldi corrono, la forza o la debolezza degli alleati stranieri dei due
principali schieramenti: degli alleati nella regione (sauditi, siriani,
egiziani) e di quelli di un’area più allargata dagli Stati Uniti, all’Europa,
all’Iran.
* Ugo
Tramballi è inviato speciale de Il Sole 24 Ore. E' autore di diversi libri come "Il sogno incompiuto", Tropea, 2008.
Articolo pubblicato sul numero 2/09 della Newsletter del CIPMO