Giorgio Gomel, Gruppo Martin Buber Ebrei per la Pace
Mentre scrivo, la massiccia
offensiva di Israele nella striscia di Gaza appare volgere al termine e
concludersi con una tregua negoziata tramite i mediatori egiziani. Essa
preluderà forse a un accordo di più lungo termine che contempli la fine del
terrorismo di Hamas contro Israele, il suo disarmo vigilato da osservatori
internazionali lungo la frontiera con l’Egitto, l’interruzione del blocco
economico di Gaza, la ricostruzione dopo il disastro umanitario arrecato dalla
guerra.
Pensiamo dunque al “giorno dopo”,
al come ricostruire, dopo la cruda conta delle vittime, i lutti e le sofferenze
di gente segnata per la vita dalla violenza,
un minimo di ordine civile e di progresso economico a Gaza e favorire
così la strada verso la convivenza pacifica in quella regione. Il compito che ci spetta – in quanto opinione
pubblica dell’Europa, del mondo, attenta ai diritti umani, convinta della
necessità della pace fra israeliani e palestinesi, dell’esigenza di spartire
una terra contesa fra due diritti di pari dignità – non è quello di attribuire
colpe, di infliggere punizioni. E’ quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta
al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il
riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio concreto di
speranza : il conciliare il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele con
quello a uno stato indipendente per i palestinesi.
La strada è oggi ardua. La
violenza genera e perpetua altra violenza in un’orgia di reciproca brutalità. Le sofferenze della
propria gente tendono a ottundere la sensibilità alle sofferenze degli altri; impediscono in
molti israeliani la comprensione e compassione per i palestinesi, per i loro
diritti negati di popolo. Dei palestinesi si vede solo la minaccia
terroristica, il nemico ingrato e irriducibile, che va domato con la forza
delle armi. Come ci ricorda Abraham
Yehoshua in un appello accorato ai suoi compatrioti (La Stampa, 8 gennaio 2009),
“ Non dimentichiamo che quella gente è nostra vicina, che ha una patria in
comune con noi che chiama Palestina e noi chiamiamo terra di Israele e che dovrà convivere con noi nel bene e nel
male …”
Un meccanismo analogo agisce tra
i palestinesi, che demonizzano Israele in quanto aggressore. Così nell’uno e
nell’altro campo è la difesa sciovinistica delle proprie ragioni a dettare
legge.
Nella guerra insensata scoppiata
con l’inizio della seconda intifada otto anni fa, si contano oltre 6000 morti fra
i palestinesi ( più della metà a Gaza), oltre 1000 fra gli israeliani.
Da un lato è manifesto come sia
vano per Israele affidarsi alla mera repressione militare del terrorismo senza
offrire un negoziato che consenta ai palestinesi di cogliere i benefici concreti
del ripudio della violenza e dell’edificare
uno stato sovrano in rapporto di buon vicinato con Israele. E’ legittimo il
diritto di Israele all’autodifesa, ma il punto è come esercitare quel diritto.
La sicurezza del paese non può fondarsi nel lungo periodo sulla mera forza delle armi, ma sulla piena accettazione della sua esistenza
da parte dei palestinesi e dei vicini arabi. Quella accettazione esige sì la
sconfitta militare degli oltranzisti di Hamas, ma anche la convinzione dei
palestinesi che dal negoziato e non dalla violenza potrà scaturire un futuro
decente. Le radici stesse del terrorismo si potranno estirpare solo
dall’interno della società palestinese ed è interesse vitale di Israele fare
tutto quanto è in suo potere per dissociarla dall’estremismo integralista di
Hamas e della Jihad islamica. A tal fine, è urgente per Israele riprendere il
negoziato con l’ANP su basi serie. Dal ritiro unilaterale da Gaza nel 2005,
malgrado ripetute enunciazioni di buoni propositi, Israele non ha fatto alcun
passo, paralizzata da un lato nel suo immobilismo diplomatico dai contrasti
interni al paese, spinta dall’altro lato dalla forza di pressione dei coloni ad
una dissennata espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Non ha liberato
prigionieri palestinesi, non ha alleviato le condizioni vessatorie e umilianti
dell’occupazione, non ha accettato il piano di pace della Lega Araba. Ha
fallito miseramente nel tentativo di isolare diplomaticamente ed economicamente,
tramite la chiusura dei confini, il regime di Hamas. Urge oggi un negoziato con l’ANP sulle
questioni dirimenti degli insediamenti, dei confini con uno scambio paritario di territori fra i due
stati, dello status di Gerusalemme, capitale dei due stati. Gli eventuali
accordi trarranno forza dal sostegno indiretto di Hamas – se sarà possibile – o
da nuove elezioni e dall’impegno di sottoporli a referendum tra i palestinesi.
L’illusione militarista di Hamas
di piegare Israele con la violenza imitando i
successi di Hezbollah in Libano è sconfitta. E’ grave che il governo di
Hamas dalla vittoria elettorale del 2006
non abbia fermato un’inutile guerriglia contro Israele e abbia poi interrotto
la tregua osservata di fatto dall’estate
2008. Il ritiro da Gaza dell’agosto 2005 fu evento di grande importanza ; pur
con i suoi limiti, poteva essere il preludio a futuri, necessari ritiri da
parti cospicue della Cisgiordania. Gaza era un embrione di stato palestinese,
sebbene necessitasse per diventarlo degnamente, di un legame fisico e politico
con la Cisgiordania, di luoghi di transito aperti, di un confine davvero
sovrano con l’Egitto. Certamente quel
ritiro, voluto unilateralmente da Sharon e
non negoziato con l’ANP, aveva fornito a Hamas un alibi per esaltarlo
come una sconfitta di Israele. Era un ritiro limitato perché non concedeva ai
palestinesi il controllo del mare né dello spazio aereo. Ma poteva costituire,
nel frattempo, un avvio di progresso civile ed economico per quella terra
diseredata, un’occasione da cogliere con la fine dell’occupazione israeliana.
Così non è stato. Il “rifiuto di
Israele” e degli accordi di Oslo resta, nel settarismo ideologico di Hamas, un elemento paralizzante. In queste condizioni, non si faranno passi avanti.