Alberto Negri*
“Marg bar diktator, marg bar
diktator". Così gridavano in faccia ai pasdaran migliaia di
manifestanti in piazza Fatemi e lungo Vali Asr, l'arteria vitale di Teheran.
"Morte al dittatore", era l'urlo inferocito verso Mahmoud Ahmadinejad
e le truppe speciali, che contro l'onda verde di Mir-Hossein Moussavi usavano
manganelli e lacrimogeni, tra i cassonetti della spazzatura in fiamme per
inseguire migliaia di ragazzi con davanti al volto i fazzoletti, tutti dello
stesso colore, il verde dell'opposizione. «Morte al dittatore», era anche lo
slogan dei milioni di iraniani che trent'anni fa si riversarono nelle strade
della capitale fino a costringere all'esilio lo shah Reza Pahlavi, imperatore
di un Iran che aveva il più grande esercito del Medio Oriente.
Ahmadinejad e la Guida Suprema Alì Khamnei hanno tenuto a bada la piazza con
vecchi e nuovi metodi: fucile e bastone nelle strade, un'occhiuta censura
elettronica per telefoni, Internet, e-mail e sms. E dopo la repressione
visibile è scatta quella "invisibile": nelle carceri, con le torture,
le impiccagioni coatte, gli arresti domiciliari, il ritiro dei passaporti, la
sospensione degli studenti e dei professori che non partecipano agli esami
universitari.
L'Hotel Evin, il supercarcere di Teheran costruito dallo Shah nel 1971, è
l'unica fabbrica di Teheran che non ha mai smesso di funzionare. Da Evin sono
passati tutti, prima gli oppositori della monarchia, poi quelli dell'Imam
Khomeini, con drammatici scambi di ruolo tra carcerieri e prigionieri. Ha
ospitato personaggi eccellenti della corte imperiale m anche ayatollah famosi,
come Taleghani e Montazeri, il delfino di Khomeini.
Ecco come funzionano le prigioni di Teheran nel racconto di un oppositore:
"I prigionieri ritenuti più interessanti vengono legati e incappucciati e
trasferiti al Sepah 59, un carcere dei pasdaran di cui si conosce soltanto il
nome in codice. Lì puoi restare bendato per settimane mentre ascolti nelle
altre stanze le voci e le grida di quelli che vengono interrogati e torturati.
A Evin invece si sta in trenta in celle di 24 metri quadrati e si dorme per
terra. Poi c'è la separazione: al braccio 269 vanno i comuni, al 240 ci sono le
celle di isolamento e punizione, al 209 una sezione dei servizi segreti dove i
carcerati devono tenere sempre gli occhi bendati, al 325 la sezione speciale
per i religiosi, i mullah, e una per intellettuali e giornalisti" .
Quelli che hanno partecipato alla manifestazioni di protesta dopo il voto per
le presidenziali del 12 giugno avranno un trattamento speciale non solo in
carcere ma anche dal punto di vista giudiziario: verranno processati da una
corte ad hoc di cui fanno parte, tra gli altri, un ex capo dei servizi e l'ex
ministro degli Interni l'hojatoleslam Mustafa Pour Mohammadi, esperto di
interrogatori, con la supervisione di un altro religioso Gholam Hussein Mohsen
Ejei, ex capo sei servizi della Vevak e ora ministro dell'informazione, cioè
dell'intelligence. L'aspetto interessante è che i giudici sono anche quelli che
in alcuni casi conducono in carcere gli interrogatori. Sarà una repressione
dura e soprattutto estesa, approfondita. Certo non la prima e forse non la più
sanguinosa sperimentata in un Paese che ha visto di tutto: durante la
"rivoluzione culturale", quando nei primi anni '80 rimasero chiuse le
università per due anni e mezzo, fu condotta una brutale campagna di
rastrellamento degli studenti laici e della sinistra marxista. Ogni giorno sui
quotidiani del pomeriggio comparivano le lugubri liste dei condannati a morte:
alla fine del 1980 si contarono circa seimila esecuzioni sommarie. L'ondata
delle condanne a morte non si esaurì: nel 1988 vennero giustiziati tra i
quattro e i cinquemila militanti dei Mujaheddin del Popolo che avevano tentato
un colpo di mano contro la repubblica islamica con l'aiuto di Saddam Hussein.
Quando il presidente Ahmadinejad qualche tempo fa ha cominciato a parlare della
necessità di una seconda rivoluzione culturale, avviando nuove purghe tra i
professori d'università e gli studenti contestatori, ha risollevato le memorie
di questi tempi. Adesso ha una buona occasione per mettere in atto il progetto
di rievocare, anche nella repressione, i primi anni rivoluzionari.
Ma la resa dei conti forse più interessante per comprendere che tipo di
direzione prenderanno gli eventi in Iran è quella che si svolge ai vertici. La
politica in Iran si divide tra "khodi", quelli che stanno dentro, e
"kheir khodi", quelli che stanno fuori dal cerchio: insider &
outsider, questa è la vera linea di demarcazione tra chi può decidere - o
criticare duramente chi decide - e tutti gli altri. Il popolo, le masse, sono
outsider: possono essere manovrate ma non devono decidere nulla. A Qom, il
Vaticano degli sciiti, per esempio, sono tutti insider, anche se magari tra
loro i mullah si sbranano. In queste settimane calde si è parlato con
insistenza di una manovra di Hashemi Rafsanjani, presidente dell'Assemblea
degli Esperti, organo che elegge e destituisce la Guida Suprema, per
estromettere la Guida Suprema Alì Khamenei. Le sue ultime dichiarazioni
sembrano smentire questa ipotesi, che per altro non teneva conto degli attuali
rapporti di forza. Con Ahmadinejad, in sella dal 2005, c'è stata l'ascesa al
governo dell'ala militare dei pasdaran, di una generazione di cinquantenni che
non ha nessuna intenzione di cedere il potere conquistato.
Gli intrecci all'interno della casta degli ayatollah danno poi al panorama
della repubblica islamica un'aria da foto di famiglia, essenziale per capire
che il nucleo rivoluzionario dei turbanti e dei loro alleati ha fatto e
disfatto per tre decenni la storia dell'Iran dilaniandosi per l'eredità del
patriarca, l'Imam Khomeini, ma evitando accuratamente di abbattere i pilastri
del sistema. E Ahmadinejad, che punta a una svolta autocratica, deve pur
concedere qualche cosa a una struttura di potere che lo legittima anche di
fronte ai suoi sostenitori. Il padre spirituale di Ahmadinejad, l'ayatollah
Mesbah-Yazdi, che vorrebbe cancellare le elezioni dall'agenda politica, è
costretto anche lui a compromessi: è più noto agli analisti politici che al
pubblico iraniano, tanto è vero che è stato bocciato alle elezioni per entrare
all'Assemblea degli Esperti.
A Rafsanjani adesso tocca deglutire l'amaro calice di una seconda sconfitta, dopo
quella delle presidenziali del 2005, e far leva su Khamenei per tirare fuori
dal carcere centinaia di supporter suoi e di Moussavi ingabbiati nell'Hotel
Evin. Venti di restaurazione soffiano su Teheran e nelle madrase di Qom. Ma il
popolo iraniano, i suoi giovani e le sue donne coraggiose, potrebbero non
gradire di restare ancora fuori dalla porta, tra gli outsider
Ma quale sarà l'Iran del secondo governo Ahmadinejad, con il quale si dovrà
confrontare l'Occidente? Nei giorni della repressione della rivolta di Teheran
ho provato a chiederlo a Hussein Shariatmadari, direttore di "Keyhan”,
giornale ufficiale della Guida Suprema. Quando Ahmadinejad diventò sindaco di
Teheran, Shariatmadari, con un'aria per nulla compiacente, profetizzò:
"Non ci fermeremo qui". Ascoltato consigliere di Khamenei, era già
alla testa del giornale: ricorda benissimo l'intervista che gli feci nel 2004
dove preannunciava, un anno prima, l'ascesa alla presidenza di Ahmadinejad.
Protagonista dell'opposizione contro lo Shah, condannato all'ergastolo, ferito
sul fronte contro l'Iraq, Shariatmadari è un ponte tra la destra religiosa
conservatrice e il nuovo corso, una sorta di primo ministro "ombra"
di Khamenei: esprime la linea ufficiale della Guida e sa cosa farà domani il governo.
E' così bene informato che nel 2005 fu l'unico ad anticipare con un titolo a
nove colonne che Ahmadinejad aveva vinto il ballottaggio delle presidenziali
con Rafsanjani: le urne si erano chiuse da poche ore e anche allora si parlò di
brogli elettorali.
"All'interno - dice Shariatmadari - verrà lanciata una nuova campagna per
la giustizia sociale e la distribuzione della ricchezza petrolifera, un'altra
contro la corruzione e una terza per diffondere il pensiero e la cultura
islamica. In politica estera non saremo noi a creare tensioni ma se verranno
superate le nostre linee rosse risponderemo duramente. Non ci sarà spazio per
chi, come la Gran Bretagna, ci condanna politicamente e pretende di avere buoni
rapporti economici. Come pure non tratteremo sul nucleare. C'è un nuovo ordine
mondiale: non dobbiamo dare spiegazioni a nessuno, è iniziata l'era del negoziato
critico, in cui saremo noi a chiedere a voi il perché di certi
comportamenti".
Non fate quindi domande, sostiene il regime, su come e dove sono finiti i
ragazzi dell'onda verde: il pesante cancello d'acciaio dipinto d'azzurro
dell'Hotel Evin si è chiuso dietro le loro spalle. E speriamo per loro che la
memoria dell'Occidente non si esaurisca con l'affievolirsi della risacca
elettronica dei blog e dei twitter.
*Alberto Negri è inviato speciale de Il Sole 24 Ore. E' autore di diversi
libri, come “Il turbante e la corona. Iran, trent’anni dopo”, Tropea, 2009.
Articolo pubblicato sul numero 2/09 della Newsletter del CIPMO