Andrea Vento*
È
opinione comune che occorra passare almeno qualche mese a Kabul e in
Afghanistan, prima di comprendere quali siano le insite complessità della scena
politica locale. Non che diplomatici, personale delle Organizzazioni
Internazionali, militari e cooperanti siano esenti da comportamenti routinier e quindi, in ultima analisi,
estranianti rispetto alla reale scena politica. La riflessione in questo caso
riguarda quanto i media, di tutti i Paesi occidentali, offrano in maniera
distratta possibili scenari ad un lettore altrettanto distratto: purtroppo,
spesso l’immagine che ci viene resa dalla stampa e dalle televisioni soffre di
un fascino “sofisticato” ed ispirato dal “turismo di guerra”. Per ragioni di
costi, anche in Italia si è andata perdendo la grande tradizione del war journalism (gli ultimi grandi connaisseur sono Ettore Mo e Fausto
Biloslavo), e gli inviati sbarcano ora a
Kabul per pochi giorni, una decina al massimo, avendo letto qualche articolo di
repertorio e chiedendo di incontrare le solite note fonti fiduciarie, che
parlano in uno stentato inglese, o qualche rappresentante diplomatico in vena
di confessioni. In altri casi si recano a vedere il venerdì mattino una buona
partita di buzkashi organizzata da Mohammad
marshal Fahim, warlord tagico dei quartieri a nord della città ed ex ministro
dell’Interno, o un combattimento di cani, gli splendidi molossoidi afghani. Ed
ancora, qualche foto delle solite rovine a Kabul dalle parti di Darulaman, il
palazzo reale. Colore vogliono alla redazione, e la redazione riceve colore. Il
tutto infarcito di una sensazione di insicurezza e di rischio, l’unica che
giustifichi ampio spazio destinato alla corrispondenza. Nei mesi scorsi si è
giunto ad argomentare una possibile caduta della capitale ed il fatto che la medesima
fosse accerchiata da ingenti truppe talebane. La verità, come vedremo, è alquanto
diversa, seppure in un clima di effettiva instabilità più politica che
militare.
Che
gli afghani in politica siano attori estremamente litigiosi lo insegna la
storia, almeno da quando è iniziato il “Grande Gioco” a metà dell’Ottocento e
con le successive evoluzioni sotto i monarchi Habibullah, Amanullah, Nadir e
Zahir, il “cugino” Presidente Mohammad Daoud Khan e durante il quindicennio di
dominio comunista, fino all’ultimo presidente Najibullah Ahmedzai. Questo fatto
porta ad una prima considerazione: per la maggioranza pashtun nelle sperdute valli del Paese chi governa, ancora oggi, è
il “re”, poco importa se si chiami Hamid Karzai. Nonostante le divergenze dei
clan pashtun di appartenenza, Karzai
ha infatti saputo utilizzare a proprio vantaggio l’icona del vecchio re,
rientrato da Roma nel 2002 all’indomani della liberazione, nominandolo Padre
della Patria ed ospitandolo, assieme alla sua piccola corte familiare nel palazzo
presidenziale, fino alla morte avvenuta il 23 luglio 2007. E ai vecchi pashtun non manca la memoria storica a
giudicar dal fatto che in questa campagna elettorale il presidente uscente Karzai
abbia voluto incarnare tutti i suoi grandi predecessori. Qualche mese fa ha disseppellito
da una fossa comune i resti di Daoud e dei famigliari trucidati nel corso del
colpo di stato comunista del 28 aprile 1978. Ecco che tanti negozietti del
centro di Kabul hanno sfoggiato dei poster con il Presidente Daoud dai tipici
occhialoni da sole anni Settanta.
Ancor
più curioso il fatto che non manchino in altri negozi bei calendari multicolore
che raffigurano il dottor Najib, in varie pose rassicuranti, tipiche del
socialismo reale che riportano ad un Ceausescu vecchia maniera. Ritorno del
comunismo? Macché. Il sinistro “dottore”, che si era fatto le ossa nella
polizia segreta KHAD e brutalmente assassinato dai talebani nel 1996, non
rappresenta paradossalmente un’icona comunista, ma ravviva al ceto medio
kabulino un lontano ricordo di stabilità e di vago benessere. Questo è
veramente il Paese dei paradossi, se come è stato rilevato da tanti, la spina
dorsale dell’ANA e dell’ANP, rispettivamente l’esercito e la polizia del Paese,
hanno molti ex della Repubblica Democratica Popolare Afghana tra i propri quadri
ed ufficiali (si dice fino al 70%). Tornando alle elezioni del prossimo 20
agosto, si può affermare che Karzai è riuscito a consolidare l’appoggio di un
folto gruppo di warlords, powerbrokers e governatori, spiazzando
ogni tipo di opposizione organizzata. Per quanto riguarda la questione etnica,
ha confermato come secondo vicepresidente, carica che spetta agli hazara, Karim
Khalili, mentre, per quanto concerne la componente tagica, ha deciso di
sostituire il primo vicepresidente Ahmad Zia Massud (l’invero decotto fratello
del Leone del Panshir) con il menzionato marshal
Fahim. Il più credibile dei 44 candidati, approvati dalla commissione
elettorale indipendente, è forse Ramazan Bashardost, anche se con poche chances essendo hazara, assieme all’ex
ministro degli Esteri (di sangue pashtun e di educazione tagica) Abdullah
Abdullah. Seguono l’ex ministro della Giustizia Abdul Jabbar Sabit, il giovane leader
universitario Sarwar Ahmedzai. Qualche nostalgico del comunismo potrà dare il
voto a Shahnawaz Tanai, ex ministro della Difesa di Najib, mentre gli uzbeki si
conteranno attorno al candidato di bandiera Akbar Bai.
Ma
vediamo quali sono i leitmotiv di
questa campagna elettorale. Innanzitutto Karzai, nonostante i gravi attentati
alla sua credibilità dello scorso autunno, in particolare relativi al
coinvolgimento del fratello Ahmed Wali, governatore di Kandahar, nella
produzione e traffico di oppio ed eroina, ha saputo giocare negli ultimi due
mesi una nuova partita sul tema della “sovranità” afghana rispetto alla
presenza delle Forze internazionali di sicurezza (statunitensi e ISAF), ed
ancora di più in merito alla recente proliferazione di contractors armati. Abile è stata la mossa di assimilare agli Illegaly Armed Groups (IAGs) quei gruppi
armati, tra le agenzie di sicurezza private, gruppi di autodifesa a protezione
di villaggi, tratti di strada, opere infrastrutturali, non ancora in possesso
di autorizzazione. Questi contractors
hanno per lo più la funzione di supportare lo sforzo logistico delle Forze di
sicurezza internazionali. Mentre va detto che gli IAG sono una categoria
vastissima che comprende i buoni e i cattivi, dalle milizie dei warlord, a narcotrafficanti, a gruppi di
insorgenti, che un giorno, nel mondo dei sogni, dovrebbero essere disarmati
grazie al processo DIAG. Interessante notare che due dei principali LIAGs
(acronimo che sta per leader degli
IAGs) dell’intero Afghanistan sono i candidati vicepresidenti di Karzai.
Qualcosa
di strano però nelle ultime settimane è successo proprio a Kandahar: alcune guardie
private afghane hanno attaccato dei poliziotti ed ucciso il capo provinciale
dell’ANP, assieme ad altri colleghi. Non è chiaro se la milizia privata fosse
un fornitore delle Forze di sicurezza internazionali, o un reparto speciale
dell’ANA, addestrato dalla coalizione. Fatto è che Karzai ha subito impostato
un braccio di ferro con le forze americane, poiché le 41 guardie armate private
coinvolte nello scontro a fuoco avevano cercato di rifugiarsi nella più vicina
base internazionale. Il Presidente ha chiesto che “le forze della coalizione
devono prevenire e non causare tali incidenti, il cui ripetersi contribuisce
all’indebolimento del Governo”. Karzai si è così fatto consegnare i 41
responsabili del conflitto a fuoco. Non si ha evidenza dell’effetto di questa
mossa elettorale, che comunque deve essere piaciuta assai ai gruppi tribali pashtun del sud, di Kandahar e Hellmand,
persino quelli che storicamente fiancheggiano l’insorgenza e i talebani.
Il
dibattito elettorale afghano che “conta” si concentra su questioni come i
contributi per i terreni occupati dalle basi internazionali (land claim issues) o l’entità dei
sussidi per gli agricoltori che dovrebbero darsi a produzioni alternative
rispetto all’oppio, o ancora quelle riguardanti la fallimentare politica di
“sradicamento”. Questioni distanti rispetto a quelle che monopolizzano il
dibattito delle Forze di sicurezza internazionale in vista del surge militare che porterà questa estate
ad una presenza di 68.000 uomini statunitensi, tre divisioni di eccellente
qualità, che verranno per lo più dislocate appunto nella zona di Kandahar. Più
del doppio rispetto ai 32.000 del 2008. È qui si può giungere serenamente ad
una constatazione ulteriore che rappresenta il vero paradosso della
comunicazione: con l’eccezione delle assai “cinetiche” provincie di Kandahar e
Hellmand, e di ricorrenti infiltrazioni in quella di Farah, la guerra nel resto
del Paese, anche nell’Est a prevalenza pashtun,
non starebbe andando affatto male. Ed è per questo che il Presidente Obama
l’altro ieri ha scatenato Khanjar - che
in pashtun significa “il colpo di spada”
- la più grande operazione aviotrasportata dai tempi del Vietnam: quattromila
marines e mille soldati afgani sono stati inviati nella valle di Hellmand per
sradicare ogni presenza talebana. Una grande battaglia che nelle intenzioni
statunitensi deve anche servire da monito elettorale.
Un
moderato ottimismo, ispirato da sano realismo, è sembrato filtrare anche dalla
dichiarazione degli Afghan Talks di Trieste,
redatta lo scorso 26 giugno, che riprende la formula delle elezioni “credibili,
inclusive e sicure”. Sono poi stati salutati tutti i candidati e invitati a
seguire la campagna nello spirito della legge elettorale. Un auspicio poi al
fatto che i corpi e le istituzioni dello stato si astengano da azioni di
interferenza o intimidatorie. Infine è stato sottolineato quanto sia importante
un’ingente partecipazione della popolazione al voto. Poca attenzione, se non
nei colloqui, è stata dedicata alla gestione della sicurezza durante le fasi di voto, data la conclamata
debolezza dell’ANP, a differenza di una buona capacità dell’ANA. Ma a questo
dovrebbe supplire in parte il surge,
piuttosto che nuovi programmi di addestramento della polizia. In conclusione,
la strada sembrerebbe spianata per Karzai.
* Andrea Vento è Direttore
settore promozione e cooperazione culturale - Direzione centrale cultura del
Comune di Milano
Articolo pubblicato sul numero 2/09 della Newsletter del CIPMO